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La presunta creatività di Biella al servizio del disfare piuttosto che del fare

Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

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Troppo facile, così. Fin troppo facile per una rubrica come questa, che si incarica di indagare i vizi più che le virtù di questa città, avere qualcosa da ridire. Con il rischio di ribadire l’ovvio, perché “ridire” è si ripetersi, ma anche avere da esprimere biasimo e un certo malcontento. Già da un paio di settimane stavamo approfondendo, insieme e nostro malgrado, quanta sia la difficoltà del territorio a creare reti di competenze e possibilità, e poi a mantenerle per riuscire ad affrontare il futuro con una sana collegialità, almeno d’intenti.

Già abbiamo, in qualche modo e a modo nostro, denunciato e analizzato l’esasperato individualismo che ci caratterizza. Volontariato e basket ci hanno offerto la possibilità di analisi di due argomenti a favor di cronaca. Ma la cronaca cittadina avanza e, invece di lasciarci morire dell’inedia cerebrale che di solito anticipa la vacanza, ci fornisce nuovi pretesti e ci distrae dal riflettere su quale variante del Covid ammalarci o sulla scelta del colore delle infradito a gioco con le mutande.

La deflagrazione che ha generato l’affondamento dell’Associazione Biella città creativa Unesco è la notizia del giorno, quella che certifica come la fondazione bancaria cittadina, trascinando con sé le altre fondazioni private socie dell’associazione, sommate a qualche corpo intermedio che era, almeno nominalmente, della partita, abbia abbandonato piccata la nave associativa. A ragionare per neologismi, più che un affondamento è un’affondazione.

Una notizia di cronaca che scompagina i rapporti tra l’attuale amministrazione e una piccola parte della società civile: quella declinabile in quei “poteri forti” spesso citati a sproposito, ma che nel caso di questo mazzo di carte corrispondono al Re di Denari, in collisione col Re di Picche della politica locale. La sensazione è quella che, come ai tempi dell’oratorio, qualcuno abbia rivendicato la proprietà del pallone con cui si giocava e se ne sia andato portandoselo via, chiamando a sé la solita scia di amichetti che l’hanno seguito in buon ordine e un po’ increduli e ancora sudati.

Vista da qui, la situazione mette parecchia tristezza al di là del merito, ormai del tutto relativo, della questione e del contendere. Questa è una di quelle notizie che faranno sorridere i detrattori della “Biella creativa”, quelli che nel tentativo di smascherare un, almeno nei presupposti, ipocrita tentativo di adesione all’Unesco si erano seduti sulla riva del fiume ad attendere il passaggio del suo cadavere. C’è comunque poco da ridere: è un’altra sconfitta della città intera, che mette la sua presunta creatività al servizio del disfare piuttosto che del fare.

Che nel tentativo di conseguire la certificazione Unesco qualcosa non tornasse già fin dalla dichiarazione d’intenti, c’era qualche evidenza: aveva più l’aria di un’operazione d’élite dallo scarso coinvolgimento emotivo, che di un’iniziativa condivisa dal territorio. Più subita che gestita già dalla precedente amministrazione comunale ed ereditata con le stesse caratteristiche da quella attuale, che finché ha potuto ne ha condiviso comunque gli onori della cronaca e del raggiungimento dell’obiettivo. Basta dare un’occhiata all’album delle fotografie per farsene un’idea: di chi c’era e come c’era, di chi non c’era.

L’accaduto avvalora di parecchio l’ipotesi che una piccola parte di società civile, quella che se lo può permettere strategicamente ed economicamente, tenti di governare la città senza presentarsi alle elezioni. Per questo la risposta del sindaco in carica tende a rivendicare la priorità della politica: a fronte della vaga motivazione delle fondazioni che recita «in considerazione delle decisioni unilaterali del Comune di Biella», risponde con «il marchio Unesco è della città e quindi è giusto che sia la città a gestirlo». Sacrosanto. Perché lo scontro si è consumato sulla governance dell’Associazione.

Forse è il caso di ricordare che, comunque, i soldini della fondazione bancaria locale sono quelli del territorio e non munifiche elargizioni personali, e come tali andrebbero gestiti. Resta a carico del nostro funambulesco sindaco la manifesta incapacità di cucitura e ricucitura, a qualsiasi livello, dei rapporti con le parti sociali in genere. Un’attitudine che genera questa tipologia infantile di scontri violenti, inutili e dannosi per la città e che, anche per questo, classificano il nostro primo cittadino alle ultime certificate posizioni nazionali per consenso.

Un meme come sindaco, che peraltro solerti accoliti smanettoni di rete hanno pateticamente provveduto a far censurare, non ce lo meritiamo. A farci male siamo capaci da soli. Ma nemmeno ci meritiamo chi pare avere la presunzione di governarci senza legittimazione, imponendo scelte che dovrebbero essere condivise dalla comunità: il famigerato primato della politica, in democrazia.

Lele Ghisio

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