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«La mia vita dedicata alla famiglia e al lavoro»

Fernando Bocchio è nato il 20 gennaio 1936, ha 87 anni, è originario di frazione Volpe – Ponte Guelpa e possiede un bagaglio immenso di esperienze e di ricordi

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COSSATO – «Sono nato il 20 gennaio 1936, quindi ho 87 anni e mezzo», esordisce così Fernando Bocchio, cossatese originario di frazione Volpe – Ponte Guelpa, con un bagaglio immenso di esperienze e di ricordi.

«Quando avevo 7 anni, sotto casa mia c’era un posto di blocco dei militari della Repubblica di Salò – racconta -. Erano sei/sette ragazzi arruolati nell’esercito e comandati da un ufficiale tedesco, giovani che frequentavano l’università a Milano. A loro non importava della situazione politica, volevano soltanto tornare a casa. Il guaio era che ai militari non sempre davano da mangiare e loro spesso uscivano a vuotare i pollai. Io ho subito gli effetti dell’occupazione straniera in modo indiretto, vivendo soltanto qualche attacco ai partigiani. Il dramma più grande è accaduto a seguito di uno di questi assalti. Noi bambini aspettavamo che finissero per cercare i bossoli dei proiettili e una volta abbiamo trovato una bomba anticarro tedesca e l’abbiamo fatta scoppiare – “Certo, ci giocavano”, aggiunge il figlio Enrico, che ascolta la conversazione -. Abbiamo messo un sasso sopra ed è esplosa. Le schegge mi hanno colpito ovunque, per fortuna non nei punti letali. Ancora oggi mi spuntano dalla pelle. Me ne hanno trovate 2 mila fra torace e gambe, di metallo e di pietra. Ricordo che mamma mi cambiava la coperta del letto tutti i giorni perché le schegge mi tagliavano, mi ferivo, così fino ai miei 18 anni».

«Andando a scuola alla frazione Ronco, finiva che raccontavo ai partigiani dove andavano i militari, ma lo facevo inconsapevolmente – prosegue -. Cartotti lanificio di partigiani ne nascondeva 7/8 per volta sotto alle montagne delle miste, stracci che si tiravano per rigenerare le fibre».

Finita la guerra, Fernando ha ricordo di due colonne di partigiani che scendevano da Vallemosso. «Li vedo ancora – spiega -, come ricordo l’8 settembre, quando i tedeschi hanno occupato il paese. Noi li guardavamo dal balcone, passavano in colonna cantando “Lili Marlene”. Pensavamo che venissero a liberarci, invece iniziava l’occupazione. Ero bambino, non mi rendevo conto, ma sapevo che non dovevo mai riferire quello che si diceva in casa. Era pericoloso».

«Ho frequentato l’Istituto “Eugenio Bona” di Biella, la ragioneria – come spiega, Fernando ha poi lavorato alla Pettinatura italiana e alla Modafil -. C’è stato un periodo in cui ho fatto il magliaio e infine sono passato al settore assicurativo. Era il mese di dicembre del 1971. Sono 52 anni fa. Ho cambiato quattro compagnie, perché loro si fondevano. C’era già mio suocero, Leo Cappio, che nel 1939 era agente di una compagnia, l’American Int’l Underwriters” – interviene ancora il figlio: “Diciamo che con i suoi 87 anni, non ha più alcun requisito, ma collabora ugualmente con me. È una mia risorsa. Possiede una grande mente nei conteggi. Ancora anni fa veniva consultato per eseguire le valutazioni sui rischi nei cicli di lavorazione della lana. È affidabile, avendo fatto il magliaio – ».

«Mio papà Francesco faceva il capo carderia al Lanificio Cartotto e mio fratello Giancarlo era perito disegnatore tessile. Nostra sorella era rammendatrice – sottolinea, riprendendo la parola -. Praticamente mangiavo pane e filati. È stato facile portare l’esperienza in assicurazione. In seguito mi sono sposato con Nelly Cappio e abbiamo avuto due figli, Fernanda ed Enrico e abbiamo quattro nipoti».

C’è un fatto che le è rimasto nella mente più di altri?
«L’alluvione del 1968 – sbotta secco -. Aveva danneggiato la tessitura di maglieria che avevo in via Ranzoni e il negozio di abbigliamento di mia moglie in via Mazzini. Danni risarciti dallo Stato con due paia di stivali e con 500 mila lire a fondo perduto da parte della Camera di Commercio».

Enrico dice che quella è stata l’unica volta in cui ha visto papà e nonno piangere. «Un altro fatto significativo è stata la Peregrinatio Mariae nel 1949, la discensione da Oropa, sentita da tutti. Si ringraziava per essere scampati alla guerra, anche perché i nostri lanifici producevano stoffe per i militari. E ricordo la Piaggio, che aveva sede nel tratto del curvone, in via Maffei, in prossimità di regione Ponte Guelpa. Lì provavano i motori degli aerei su un cubo in mattoni in mezzo al cortile – conclude Fernando Bocchio -. Vi posizionavano i motori stellari che avviavano con un motorino, che è poi è diventato la Vespa. Ce n’erano tante di Vespe 98 centimetri cubici grigie che giravano da noi».

 

Anna Arietti

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