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La fantasia al potere

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Cinquant’anni fa s’invocava la fantasia al potere. Certo in quei momenti concitati di fantasia ce n’era parecchia, ma c’era anche parecchia ideologia che costringeva nel recinto della violenza i più pragmatici. C’era molto teatro off, ma ci si ammazzava parecchio per nulla o per inconfessabili e deviati propositi. Fu l’inizio di un decennio tutt’altro che fantastico, anzi intriso di una nebbia che portava con sé austerity e terrorismi, colpi di stato abortiti e rivendicazioni impossibili, sequestri di persona e servizi segreti allo sbando.
Possiamo a posteriori, con un certo grado di sicumera, affermare che, se la sceneggiatura degli anni ’70 l’avesse scritta un moderno autore di serie tv, gli faremmo la ola per la fantasia messa in campo. Anche se certificheremmo la sua opera come una distopica descrizione di un’Italia che non sarà mai.

Invece vedi un po’ come va la storia, se ci fai caso guardandoti alle spalle.
Di quella stagione resta anche, indelebile, il sapore di suggestione degli slogan che l’hanno descritta così bene con un incredibile e collettivo esercizio di sintesi. “La fantasia al potere” si è quindi prestato alle più varie interpretazioni, anche se non tutte gli hanno reso giustizia. Credo però che abbia mantenuto, nonostante il tempo trascorso, il fascino evocativo che ci lascia immaginare come sarebbe davvero bello se al potere ci fosse lei: il potere della fantasia, proprio quando il potere è senza fantasia.

Non che agli italiani in generale manchi, la fantasia. È solo che tendono ad applicarla in modo fraudolento, figli come sono della necessità che aguzza l’ingegno: raramente possiamo vantare amministratori con guizzi fantastici, mentre ne abbiamo a pacchi di NoVax col falso Green pass. È solo un esempio, ma mi sembra sufficientemente esaustivo, senza sgranare un rosario di reati connessi all’abuso di fantasia (anche se in realtà non è che ci voglia chissà quanta fantasia a usare un Green pass falso, anzi).

La tesi che sto cercando, in modo disperato, di dimostrare è che, appunto, a troppi uomini e donne di potere manchi proprio la fantasia. Per quello siamo un territorio che non sa progettarsi, mi sa. Perché, a guardarci da lontano, sembra che qui tutto sia filato liscio finché i soldi scorrevano nelle vene delle aziende e delle amministrazioni locali. Poi si è spenta la luce, della ragione vien da dire. Ma a fare cose e progettare un futuro col portafogli gonfio son buoni quasi tutti. Dico quasi perché se uno entra un attimo nei social o nel bar sotto casa, gli passa tutta la poesia che si è scritta sul genere umano.

Sono quindi convinto che il buon amministratore – d’azienda, d’ente locale, di condominio – lo sia, e lo debba a maggior ragione essere, quando il portafoglio l’ha metaforicamente perso. Lasciamo perdere, anche se faccio proprio per dire, il fatto di non aver presentato alcun progetto in occasione di un bando generoso, ma ora che non ci sono più mascherine da distribuire nelle buche delle lettere sembra che quest’amministrazione si sia spenta. Non che quelle precedenti brillassero di luce propria, inteso.

La sbandierata assegnazione di qualche congrua briciola di bando, leggo che sarà destinata all’immobile in cui era dimorata la vecchia biblioteca di via Pietro Micca. Ma non per una ristrutturazione totale: solo per una parte che andrà a contenere ciò che, per ragioni di spazio, non sta nella nuova biblioteca di piazza Curiel, facendone di fatto un deposito di libri. Perché la nostra biblioteca civica ha anche una funzione conservativa e non è che semplicemente si possono buttare via i libri vecchi per fare spazio a quelli nuovi, banalizzando.

La questione è che la vecchia biblioteca era ospitata già da anni in un ambiente inadeguato, e la fantasia nostalgica di un allora assessore, oggi asceso a scranni più alti anche se insiste nel tentativo di burattinare la politica locale, ha fatto in modo di spostare il problema di 100 metri al solo scopo di verniciare a nuovo un buon esempio d’architettura del ventennnio. Ora, se non proprio la fantasia (mentre la nostalgia si sa che è canaglia), almeno un esercizio del pensiero laterale sarebbe stato opportuno, visto che il problema non si è presentato come un’emergenza, ma era ben presente fin da prima del trasferimento. Altre soluzioni erano certo possibili e pianificabili.

Insomma quelli di adesso è evidente che sono tempi duri, ma sono quelli nei quali il gioco si fa duro che i duri dovrebbero cominciare a giocare. Anche con la fantasia, che non è mai risorsa da sottovalutare.

 

Lele Ghisio

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