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In isolamento 3 giorni in più per ritardi nella notifica, dopo un mese chiusa in casa sembra un’eternità

Cristina Valletta racconta il disagio vissuto: «Quando sei “recluso” da un mese, anche 24 ore in più sono insopportabili»

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BIELLA – «Dopo un mese in quarantena, finalmente il tampone negativo. Non vedevo l’ora di uscire di casa, ma… si sono “dimenticati” di me». Tre giorni sono trascorsi, infatti, prima che le venisse notificata l’ordinanza di fine isolamento. Un periodo breve, certo, che però a Cristina Valletta, 47enne di Biella, è pesato come un macigno.

«Mi rendo conto che tre giorni non sono la fine del mondo – chiarisce la donna -, ma se sei chiuso in casa da un mese e vivi in un piccolo alloggio con le inferriate alle finestre, anche un singolo giorno in più diventa insopportabile».

La storia della donna alle prese con le conseguenze del Covid-19 inizia ai primi di maggio.
«Dopo una partita di basket – racconta – un compagno di squadra di mio figlio è risultato positivo, quindi siamo stati messi tutti in quarantena. Io ero negativa, ma mio figlio è risultato a sua volta positivo al tampone, quindi per lui è scattato anche l’isolamento. Era il 4 di maggio».

Dopo quindici giorni, nuovo tampone: il figlio si negativizza, ma nel frattempo proprio Cristina contrae il virus: «Nel primo pomeriggio del 19 – ricorda – è arrivato il vigile a notificare la revoca per mio figlio e l’isolamento per me. Quindi ho mandato lui a stare dal padre e io mi sono fatta i giorni necessari chiusa in casa. Fino al 31 maggio, quando finalmente è terminato l’isolamento e il mio tampone è risultato negativo. A quel punto mi aspettavo che, come per mio figlio, il giorno stesso sarebbe arrivata la notifica, o al massimo quello seguente».

Invece non è andata così: «Non è venuto nessuno – continua -. Poi il 2 giugno era festa e così siamo arrivati al 3 giugno. Nel frattempo ho fatto duemila telefonate, tra ufficio d’igiene, Asl, polizia locale, numeri verdi… E venivo rimbalzata da un ufficio all’altro».

In effetti gli atti sono stati trasmessi dall’Asl alla polizia locale il 1° giugno e la notifica, complice la festa della Repubblica, è stata eseguita il 3. Un paio di giorni, che tuttavia a Cristina Valletta, già “reclusa” da un mese, sono sembrati un’eternità.
«La notifica mi è arriva alle 17 del 3 giugno – conferma la donna -, finalmente sono stata “liberata”. So che può sembrare una sciocchezza, ma se ti sei già fatta trenta giorni giorni chiusa in un piccolo alloggio, farne altri tre è psicologicamente molto stressante. La vivi come un’ingiustizia della burocrazia».

«Oltretutto – sottolinea e conclude – non avevo più ferie né permessi, quindi ho dovuto chiedere due permessi non retribuiti. Non potevo mettermi in malattia, essendo io guarita. E l’11 giugno mi scade il contratto… Sarei andata volentieri di persona a recuperare il certificato, ma avrei trasgredito la legge. So che può sembrare una sciocchezza, ma mi sono sentita in balia della burocrazia, come spesso accade in questo Paese. Se sei guarito, devi ricevere la notifica il giorno stesso, dev’essere prioritario, perché davvero ogni giorno in più è una tortura».

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