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Il pieno potere va di moda

Gli sbiellati di Lele Ghisio

In questo periodo di manifesta impotenza istituzionale, di fronte all’azione perversa di un virus che arriva da lontano, il pieno potere va di moda. Dopo lo sgomento amministrativo misto a panico della prima ora, amministratori di ogni livello s’affannano a invocare i pieni poteri.

C’è chi, in Europa, non sta tanto a invocare e in qualche modo se li fa dare; c’è chi in Regione ci prova; chi a livello locale continua a sceriffare con la stella da sindaco e poi c’è persin stato chi, a livello nazionale, lo aveva fatto a priori, pretendendo il pieno potere balneare con il bicchiere pieno – quello sì – in riva a un cocktail bar.

Volevo farne un ragionamento amministrativo, più che politico, locale più che altro, ma dopo quest’incipit mi accorgo che i livelli, seppur differenti, hanno uno stesso minimo comun denominatore: l’uomo forte che s’invoca da solo. E lo fa mischiando le carte, creando la confusione che gli è necessaria tra democrazia e burocrazia. Che, anche solo per assonanza, divengono sinonimi quando invece proprio non lo sono.

Vero è che la stessa democrazia comporta la nascita e la crescita della burocrazia istituzionale, data dalla necessità di darsi le regole del vivere comune. Perché, come già scriveva Karl Popper: “La democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico”. Ma è altrettanto vero che la burocrazia che più c’infastidisce, e che in momenti come questo crea imbuti là dove non dovrebbe, è quella amministrativa.

La soluzione non è il pieno potere di qualcuno, ma l’olio di gomito della politica e degli amministratori eletti che si dovrebbero prodigare nell’oliare il meccanismo burocratico per renderlo efficiente. I pieni poteri dati al nostro presidente regionale non fanno certo apparire d’incanto milioni di mascherine da distribuire alla popolazione con lancio da aerei in volo. Così come non potrà disporre quattro milioni e mezzo di tamponi (pari alla popolazione piemontese) senza avere la disponibilità di laboratori in grado di analizzarli, e operatori e tecnici in grado di gestire dati e risultati.

Quello che invece si può fare sin da ora è gestire “democraticamente” l’approccio burocratico condividendo con tutte le forze politiche le scelte e le comunicazioni, accogliendone i suggerimenti e lo spirito d’iniziativa, senza continuare a tacciare chiunque alzi il dito di essere uno sponsor occulto del coronavirus. Uscendo dalla logica corrente del giochetto infamante che in genere si pratica tra maggioranza e opposizione. Tornerà il tempo delle campagne elettorali, torneremo ad annoiarci o indignarci con il piglio del tifoso, ma per intanto “adda passà ‘a nuttata”. E s’ha da passare insieme.

C’è poi un’altra attitudine ormai assurta ad abitudine, se non a costume nazionale: quella dello scaricabarile. La non assunzione di responsabilità, a qualsiasi livello, è la sabbia che spesso inceppa il sistema burocratico e ce lo fa odiare come lo stridere del gesso sulle lavagne di ardesia, per chi ancora se le ricorda. Quella, ferma l’Italia e le mascherine in dogana: l’immobilità di certi funzionari, da quelli comunali a quelli ministeriali.

A questo proposito desta più di qualche perplessità l’istituzione, decisa dalla Giunta di Biella, di una commissione tecnica “per monitorare settimanalmente la salute dei conti di Palazzo Oropa”. Con il sindaco e l’assessore con delega al bilancio ne faranno parte funzionari già in organico al Comune per le rispettive, e relative, competenze. Un gioco al raddoppio che, a prima vista, pare proprio il migliore dei modi per allungare la filiera decisionale – e burocratica – e non per snellirla, con l’unico effetto di, eventualmente, scaricare ogni responsabilità sulla commissione stessa e suddividerla tra i partecipanti. A quanto pare, in generale, la prima vera emergenza è quella di non assumersi responsabilità.

 

Lele Ghisio

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