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Il Cammino di Santiago ti cambia. Tutti dovrebbero farlo almeno una volta nella vita

Intervista a Cristina Nulchis

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«Era il 2017 quando la mia migliore amica di Roma si è sottoposta a un trapianto di midollo osseo e io avrei voluto raggiungerla a piedi, percorrendo la Via Francigena, in segno di ringraziamento per l’intervento riuscito. E invece lei non ha voluto, perché era in isolamento e le sarebbe spiaciuto non potermi vedere». È così che, Cristina Nulchis, 46 anni, decide di incamminarsi per Santiago di Compostela.

«L’ho dedicato a lei, che mi ha decorato la concha, la conchiglia simbolo da legare allo zaino con cui ho camminato. È consuetudine, quando si arriva all’Oceano, lanciarla nell’acqua. È la propria croce, il perché del Cammino».

Cristina però non dispone di tempo e percorre soltanto 550 chilometri. «Quando sono tornata, mi sono sentita incompleta. L’anno successivo l’ho fatto tutto, partendo da Saint Jean Pied de Port, in Francia. Ho poi camminato ancora fino a Porto, in Portogallo, e poi da Santiago a Muxía e a Finisterre. Sono 1.2.00 chilometri. Era ormai diventata una dipendenza. Nel 2020 sono partita per il Cammino inglese, da Ferrol, in Galizia, facendo un tratto breve, non sapendo quale fosse la disponibilità degli ostelli».

Camminando si accende un desiderio: unire Oropa a Santiago. «Mi sono sempre detta: lo farò. Nel 2021, che era l’Anno santo di Compostela e dell’Incoronazione della Madonna d’Oropa, ho pensato che sarebbe stato fantastico e l’ho fatto! Ho percorso 2.200 chilometri in 79 giorni, ai quali ne ho aggiunti 4 per arrivare all’Oceano, conseguendo le credenziali per il passaporto del pellegrino, che va timbrato in ogni ostello in cui ci si ferma, per dimostrare che lo si fa a piedi o in bicicletta. Senza credenziali, si è turisti e non si ha diritto alla “Compostela”, la pergamena che certifica il Cammino e che si ritira all’Ufficio del Pellegrino».

«Ho percorso una media di trenta chilometri al giorno. Fino in Francia non ci sono indicazioni, ho vagabondato alla vecchia maniera, con una cartina cartacea e un evidenziatore. Stimavo i chilometri e cercavo un posto economico in cui dormire. Superato il Moncenisio, la Valle della Maurienne è toccata dal Cammino di Assisi e negli uffici del turismo vengono indicate le famiglie da cui dormire».

In Cammino nascono amicizie, persone che provengono da tutto il mondo. È così che funziona. «Sono compagni di viaggio che cambiano ogni giorno. Se dovessi andare a trovarli tutti, potrei girare il mondo. È una bella condivisione di pensieri, di vita e di culture. E dire che io non sono mai stata sportiva, non ho mai camminato prima. È stato un amore improvviso – e le crediamo, a dirlo le brilla lo sguardo -».

«Non siamo noi a decidere di fare il Cammino, è lui che ci chiama. È capitato anche a me. Ho fatto due volte il percorso Francese, una il Portoghese e una l’Inglese, sempre per raggiungere Compostela, e la scorsa estate sono partita da Oropa. È stata un’impresa meravigliosamente devastante, non soltanto fisicamente, che è normale che ti vengano dolori alle anche e ai piedi che devi gestire, ma anche mentalmente devi fare i conti con te stessa. Mi sono ritrovata a camminare per tre settimane in solitaria, parli da sola, ti poni domande, canti, pensi. Diventi matta. Ci sono attimi poi in cui vorresti fermarti, visitare, ma non ce la fai. Il corpo vuole andare».

Il prossimo Cammino di Cristina inizierà il 27 agosto. «In tanti dicono che sono coraggiosa, in realtà le persone spesso tirano fuori un sacco di scuse. E allora dico: venite con me. È fattibile per tutti, basta organizzare le tappe in base al proprio ritmo. Camminiamo insieme».

«Il Cammino ti cambia. Tutti dovrebbero farlo almeno una volta nella vita. Fa diventare più sensibili. Insegna ad ascoltare noi e le persone che ci circondano. Si dà e si riceve rispetto, anche dalla natura. Questo voglio far conoscere. Una volta tornati a casa rimane qualcosa di forte dentro che ci porta a ripartire anche da soli, ne sono certa». Nel cassetto di Cristina c’è ancora almeno un sogno da realizzare: unire Oropa ai tanti santuari in Europa.
Anna Arietti

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