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Gli anni della grande biellezza

Gli sbiellati di Lele Ghisio, una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

I lettori più accorti della Lettura, che non è un gioco di parole ma un riferirsi al domenicale culturale del Corriere della Sera, nello sfogliare il numero della scorsa settimana avranno sgranato gli occhi a vederlo parlare anche di Biella. Certo, il nome della nostra città non stava nei titoli e nemmeno negli occhielli o nei catenacci. Ci voleva un occhio vigile e una qualche intuizione per poi andare a leggersi l’articolo per intero e scovarci la citazione d’indimenticate tracce culturali del nostro territorio. Giusto per capirci meglio, svelare il mistero e fornirvi gli elementi per andarvelo a leggere, vi soddisfo la curiosità recitando il titolo dell’articolo in questione che è: “Una raccolta (indifferenziata) dell’Italia trash”.

Un pezzo di due fogli di giornale in cui Aldo Grasso, critico televisivo di fama, recensisce a modo suo una coppia di libri di fresca e contemporanea uscita. Di cui uno narra la vita e le opere di Tommaso Labranca, intellettuale sui generis morto qualche anno fa, e l’altro è un “Manuale del trash italiano 1980/2020”, a cui lo stesso Labranca era, suo malgrado, legato a filo doppio essendone stato uno dei maggiori e autorevoli esegeti. E che magari qualcuno ancora ricorda per una sua comparsata in città per una conferenza al Museo del Territorio, nell’ottobre del 2014.

Probabilmente speravate in qualcosa di meglio. E pure io, seppur fascinato dal tema, non so se sia il caso d’andarne fieri della citazione in quest’ambito culturale. Ma poi, a pensarci bene, qualcosa torna. Grasso, nell’articolo, ci viene incontro argomentando la definizione di trash: “Tutto quello che definiamo come immondizia, spazzatura è trash; tutto ciò che ci pare di cattiva qualità è trash, secondo la vulgata”. Definendolo meglio secondo la declinazione televisiva che nel tempo lo ha compreso: “Una tv che non ha più regole né etiche né estetiche, è una tv senza ritegno e vergogna, volutamente approssimativa”. A differenza di Tommaso Labranca che lo considerava una categoria estetica, al pari di barocco, impressionismo, verismo. E su questo, chi ha voglia di discutere discuta. Non è questo il punto.

In anni più ostentatamente trash, Labranca lo teorizzava come “emulazione fallita”. Erano anni in cui le tv locali, ma mica solo quelle, tentavano una disperata – ma fiera – emulazione dei modelli nazionali, certificando il fallimento del proprio tentativo con l’altrettanto ostentata esibizione di un risultato assolutamente trash. Oggi ci sarebbe invece da discutere un modello che ha emulato il peggior risultato, ma tant’è.

A pensarci bene, in quegli anni era ben presente in città quell’ansia di emulazione: la Biella che voleva sentirsi Milano, ma che non aveva il coraggio di dirselo. E praticava quell’ansia sottotraccia, come di chi tira la pietra e poi nasconde la mano. Erano gli anni della Grande Biellezza, nell’accezione più sorrentiniana possibile. Anni in cui uno solo, e per questo è ricordato, ha avuto il coraggio e la sfacciataggine di cavalcare il trash come elemento fondante della sua strategia di marketing: era Giorgio Aiazzone, ormai lo avrete capito. A cui l’articolo della Lettura dedica un notevole spazio, citando gli effetti collaterali della sua vicenda imprenditoriale, che hanno toccato vette impensabili del trash nazionale.

Grasso ricorda l’eccessivo sproloquio di Vanna Marchi che commemora Aiazzone tra una vendita di alghe e l’altra, e un Guido Angeli che imbastisce un’orazione funebre televisiva di 80 minuti parlando a una sedia vuota, ma riuscendo a cogliere qualche sottile verità: “Mi ascolteranno da tutta Italia, isole comprese. Se passate sulla tangenziale di Biella vi accorgerete chi è Aiazzone. Questa città che non ha mai compreso la tua filosofia commerciale”.

Due i dati di fatto: il primo che quel prodotto, dai più all’epoca considerato sottoculturale e ampiamente osteggiato qui da noi, è oggi un “prodotto” culturale biellese inciso nella memoria storica, anche se dichiaratamente trash, dell’intero Paese; il secondo che, a quel tempo, ovunque ci si muovesse in Italia, Biella era identificata con il mobilificio Aiazzone. Isole comprese.

È possibile che, in qualche modo, avesse ragione lui.


Lele Ghisio

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