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Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – A volte ci si mette il caso, anche perché il destino è certo impegnato a darci fastidi maggiori. E il caso è spesso banale, così come il farsi spazio periodicamente in uno studio in cui ciò che hai intorno potrebbe altrimenti inghiottirti all’improvviso. In tutto questo rimestare mi è rimasta tra le mani una copia dell’edizione di mercoledì 22 giugno 2005 di questo giornale.

Il titolo d’apertura, in prima pagina, recitava così: “A Biella il carcere degli orrori”. Con le dovute cautele la cronista che firmava l’articolo, un’amica mancata un paio di mesi fa, ricordava che di lì a due giorni sarebbe iniziato il processo a una cinquantina di rinviati a giudizio, suddivisi tra guardie carcerarie, medici e figure direttive.

L’accusa, formulata dalla Procura in “un fascicolo alto così” – come indicato da un’altra testata qualche anno prima – era relativa a fatti accaduti nel 2000 e configurava i reati di “abbandono di persone incapaci (applicabile appunto nel caso di carcerati), abuso d’ufficio, lesioni aggravate e altro ancora”: “violente e ripetute percosse nei confronti dei detenuti, percosse che cagionavano lesioni anche gravi”; “reclusi denudati e investiti con violenti getti di acqua gelida”.

Il processo terminò verso la fine del 2006 e si concluse con una sola condanna, dell’allora comandante delle guardie carcerarie. Il resto furono solo assoluzioni, ma la maggior parte per mancata querela e prescrizione del reato. Il punto non è questo: non è se ci fossero o meno dei colpevoli e quanti e quali fossero. Il punto è capire quanto ci appartengano, culturalmente, le immagini, crude e violente, del pestaggio dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Quelle che oggi sono di drammatica attualità. Perché l’impressione è che dalla provincia restiamo a guardare la cronaca nazionale un po’ dall’alto in basso, con l’aria e la più o meno conscia convinzione d’essere migliori, naufraghi su quell’isoletta felice che ci piace tanto citare.

Invece no. Quella è un’Italia che accade anche qui, come i furbetti del cartellino e del vaccino, come gli stalker che ammazzano giovani donne e fidanzati che massacrano le fidanzate; come bancari che rubano milioni ai clienti e anziani che finiscono la moglie a martellate.

Quindi, su fatti come quello di Santa Maria Capua Vetere è utile riflettere. E riflettendoci, magari accorgerci che l’ultimo rapporto – pubblicato il 21 gennaio del 2020 e trasmesso al nostro Governo – del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti e delle punizioni inumane e degradanti (Cpt), costituito nell’ambito del Consiglio d’Europa, faceva seguito a una visita campione, in Italia, presso le carceri di Biella, Milano Opera, Saluzzo e Viterbo. A Biella soprattutto in quanto ospitava la Casa lavoro, traferita nell’aprile di quest’anno ad Alba, vista l’evidente inadeguatezza della sistemazione biellese.

La prima osservazione del Comitato riguarda la più nota, e la più grave, patologia del carcere italiano: il sovraffollamento, e la situazione è in netto peggioramento rispetto al rapporto 2016. Biella, durante l’ispezione, ospitava 510 detenuti contro 395 posti disponibili. Nel carcere della nostra città il Cpt individuava carenze strutturali: “segni di usura delle pareti e delle docce, ambiente freddo e umido, sala comune spoglia e poco pulita”. Per quanto riguarda l’offerta di lavoro, corsi e attività professionalizzanti, questa viene ritenuta inadeguata alle esigenze dei detenuti anche a causa della carenza di educatori. Le condizioni materiali degli internati (che sono sottoposti a misure di sicurezza, ma non sono reclusi) il Comitato le ha trovate nettamente deteriori. Così come sono emerse, a Biella e Viterbo, criticità riguardo alla gestione dei detenuti affetti da problemi psichiatrici.

A questo rapporto il governo italiano ha risposto con la superficialità tipica dello “stiamo facendo”, arrampicata sugli specchi di un ministero allora retto da un cartonato e oggi, meno male, da una personalità integerrima. Una ministra che già si è chiaramente espressa sulla vicenda d’attualità: “Nessuna violenza si può giustificare”.

Però è comprensibile come qualsiasi cosa possa accadere all’interno di un simile quadro nazionale dello stato dell’arte del sistema carcerario, un quadro triste nel quale sono costretti a operare gli agenti di Polizia penitenziaria. Ma non si venga ora a spacciare la solita leggenda della mela marcia: il problema è sistemico, come dimostrano il coinvolgimento a più livelli della catena di comando e i tentativi di depistaggio, oltre al fatto che questo non è certo un episodio isolato che riguarda il solo carcere campano.

Andando oltre la dicotomia destra/sinistra, tra buttiamo via la chiave e balbettante garantismo, potremmo scrivere per ore discettando sulle cause e sulle responsabilità, ma il primo problema resta capire come e perché persone che si presumono rispettabili si alzano al mattino e vanno al lavoro a pestare i detenuti. Per tornare a casa dalle loro famiglie la sera e sedersi poi al nostro fianco alla messa della domenica. Anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Lele Ghisio

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