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Di colpo mi sono accorto di essere diventato vecchio

Un paio di settimane fa ho postato su facebook una breve riflessione sulla vecchiaia come malattia.  Lo spunto me l'ha dato l'essere uscito bene da un malanno e l'essermi scoperto di colpo invecchiato, abulico, deprivato di passioni (anche le più banali come l'ascolto della musica, la raccolta dei francobolli, la lettura dei giornali) che, scrissi, sono il carburante della vita.

Un paio di settimane fa ho postato su facebook una breve riflessione sulla vecchiaia come malattia.  Lo spunto me l’ha dato l’essere uscito bene da un malanno e l’essermi scoperto di colpo invecchiato, abulico, deprivato di passioni (anche le più banali come l’ascolto della musica, la raccolta dei francobolli, la lettura dei giornali) che, scrissi, sono il carburante della vita.

“La vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia è un massacro” – Philip Roth, Everyman

Un paio di settimane fa ho postato su facebook una breve riflessione sulla vecchiaia come malattia.  Lo spunto me l’ha dato l’essere uscito bene da un malanno e l’essermi scoperto di colpo invecchiato, abulico, deprivato di passioni (anche le più banali come l’ascolto della musica, la raccolta dei francobolli, la lettura dei giornali) che, scrissi, sono il carburante della vita.

Una vecchiaia non anagrafica, ma quella che ti può cogliere ad ogni età, e che in molti casi si declina in forme anche acute di depressione.  Ho ricevuto, con sorpresa e commozione, centinaia di commenti di incoraggiamento, approfondimento e cordiale sfottò.  Perché il tema colpisce un nervo scoperto di tutti noi, compresi quelli che hanno intorno ai vent’anni e che si infliggono lo sballo “terapeutico”. Dalla vecchiaia a cui facevo riferimento si può guarire, molti ne sono immuni.  L’altra vecchiaia legata al passare del tempo, è, come scriveva duemila anni fa il commediografo Terenzio, “senectus ipsa est morbus”, per sé stessa una malattia che Seneca definiva “inguaribile”.  In tempi molto più recenti, Philip Roth l’ha definita “un massacro”.  Guardiamoci intorno, guardiamoci dentro.

E’ inaspettato. Ci scivoli dentro, col corpo, senza che la mente se ne accorga. O lo accetti. La guardi avanzare e non capisci. Tu sei sempre lo stesso. Le mani no, la pelle è diversa. Le ossa, lo sguardo. I suoni si allontanano. Diventi un altro. Uno che non riconosci. Che non ti somiglia nemmeno. E questo è niente, se stai bene. Bene per come può stare un vecchio, s’intende.  Se sei malato il massacro è doppio. Se non capisci, se il cervello smette di essere presente e di stupirsi per la tua vecchiaia, il massacro diventa isolamento e tu sei carne da macello. Diventi ingombrante, noioso, inutile. Puoi arrivare a non riuscire più a nutrirti e a provvedere alle tue necessità basilari. Mangiare, bere, andare in bagno da solo. Se hai la fortuna di aver figliato bene e cresciuto meglio la tua prole, forse hai la speranza di avere qualcuno che si prenda cura di te, come si fa con un cucciolo. Solo meno carino.  Se non ce l’hai, devi di nuovo sperare nella sorte: se ti va di lusso, finisci in un bel posto, con gente normale che si prenda cura di te. Se gira male, sei spacciato e rischi di fare la fine di uno di quei vecchi maltrattati nei numerosi gulag che ogni tanto fan parlare di sé in cronaca.  E’ ancora vita questa?
giulianoramella@tiscali.it

giulianoramella@tiscali.it

La rubrica di Giuliano Ramella viene pubblicata ogni sabato sulla Nuova Provincia di Biella

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