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Incidente mortale alla Sasil, chieste indagini interne agli enti pubblici

Torna alta l’attenzione sul tragico incidente sul lavoro costato la vita a Franco Rosetta, operaio della Sasil di Brusnengo

Torna alta l’attenzione sul tragico incidente sul lavoro costato la vita a Franco Rosetta, operaio della Sasil di Brusnengo

Torna alta l’attenzione sul tragico incidente sul lavoro costato la vita a Franco Rosetta, operaio della Sasil di Brusnengo morto dopo essere caduto nel cunicolo dell’impianto di decantazione, dove si erano accidentalmente verificate esalazioni di acido solfidrico. A tornare sull’argomento sono partiti e associazioni per l’occasione guidati da Legambiente. In un duro documento hanno chiesto che gli enti pubblici alle quali erano affidate funzioni di controllo e autorizzazione – e che avevano erogato finanziamenti pubblici all’azienda –  si attivino per avviare indagini interne, in autotutela. Inchieste che ovviamente dovrebbero essere affidate a organi “terzi”.
Tra gli interrogativi sollevati, uno riguarda le recenti prescrizioni imposte dalla Provincia all’azienda per poter far ripartire l’attività della linea produttiva interessata. “Per quali motivi – si legge nel documento preparato dalle associazioni – ora si ritiene necessaria la sezione per la depurazione biologica delle acque reflue? E perché tale sezione non fu prescritta a suo tempo (soluzione che forse avrebbe evitato l’incidente)?”.
Vista la complessità della vicenda, inoltre, affinché sia possibile fare piena luce su quanto successo, viene chiesto “che sia esaminata con attenzione non solo la dinamica dell’incidente, ma anche la storia di questo impianto (le varie fasi di sviluppo ed implementazione, i provvedimenti autorizzativi, gli investimenti pubblici, ecc.) e le valutazioni ed i controlli ambientali condotti nel corso del tempo”.
“Riteniamo infatti – si legge ancora – che l’elevato sostegno economico (progetti finanziati da Ue, Regione e Provincia, ndr) assicurato a questa impresa non dovesse dar luogo a ben due sequestri per inosservanza di norme ambientali nel corso degli anni e al mortale incidente”.
“Questo incidente – è fondamentalmente la domanda posta dalle associazioni – può connettersi a qualche errore nella progettazione o nell’autorizzazione dell’impianto dopo le consuete procedure ambientali?”. In attesa che le indagini della magistratura facciano il loro corso, Legambiente chiede infatti che siano chiarite anche tutte le possibili concause esterne e non solo le eventuali responsabilità dell’azienda. E ribadisce: “Se un’apposita sezione dell’impianto di depurazione delle acque dedicata al trattamento biologico fosse stata già prescritta in fase d’autorizzazione, e pertanto adeguatamente realizzata, con buona probabilità lo sversamento accidentale di fanghi in un cunicolo non avrebbe dato luogo a mortali conseguenze”.

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