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Riforma delle Province, un pasticcio

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I nuovi governi dell’Ente Provincia verranno eletti dai Consiglieri comunali, come avveniva negli Anni ’70 per i comprensori, esperienza che decidemmo di superare perché non particolarmente edificante. Le funzioni riconosciute saranno, principalmente, di pianificazione (a cui si è aggiunta la gestione dell’edilizia scolastica, con riferimento, però, alle scuole di secondo grado), nonostante le dimensioni delle Province non vengano modificate, il che è contraddittorio rispetto ai nuovi compiti che sono stati loro assegnati e al fatto che i nuovi Enti verranno definiti di “area vasta”.

L’enfasi con la quale si presenta il provvedimento che porterà al superamento delle Province mi sembra sbagliata ed eccessiva rispetto ai risultati attesi. E’ demagogico sostenere che, da oggi in poi, i cittadini pagheranno 3000 politici in meno, identificando le Province con i problemi dei costi della politica. Se fosse così non si spiegherebbe perché il Senato abbia deciso di ripristinare l’indennità per i Presidenti. Ma è il merito del provvedimento che non convince.

Due sono le principali novità: il sistema di elezione e le funzioni. I nuovi governi dell’Ente Provincia verranno eletti dai Consiglieri comunali, come avveniva negli Anni ’70 per i comprensori, esperienza che decidemmo di superare perché non particolarmente edificante. Le funzioni riconosciute saranno, principalmente, di pianificazione (a cui si è aggiunta la gestione dell’edilizia scolastica, con riferimento, però, alle scuole di secondo grado), nonostante le dimensioni delle Province non vengano modificate, il che è contraddittorio rispetto ai nuovi compiti che sono stati loro assegnati e al fatto che i nuovi Enti verranno definiti di “area vasta”. Non è, invece, chiaro chi gestirà le funzioni che le Province cesseranno di esercitare. La legge prevede che Stato e Regioni individuino le materie oggetto del riordino e le relative competenze, immaginando che alcune possano tornare in capo alle Regione, alcune possano essere assegnate alle Unioni dei Comuni e altre, per esempio i Servizi per l’impiego, possano dipendere da un’Agenzia nazionale. Insomma un vero pasticcio.

Per esempio, non oso immaginare che cosa capiterà nella fase di transizione dal punto di vista dei servizi resi al cittadino e non credo che la questione possa essere risolta, stabilendo che saranno le attuali Province ad esercitare queste funzioni fino a quando gli Enti che subentreranno non saranno nelle condizioni di poterlo fare. Con quale personale? Evidentemente con quello proveniente dalle Province. Ma tant’è! Se si riteneva e si ritiene che il problema fossero le Province in quanto tali meglio sarebbe stato cancellarle, mentre la soluzione adottata non è né carne né pesce, con il risultato che, alla fine, il saldo, sia per quanto riguarda la semplificazione che i costi, non sarà affatto positivo. Sfido chiunque a dimostrarmi il contrario.

In questo quadro, è grave che non si siano affrontati i problemi della crisi finanziaria di alcune Province, come quella di Biella, le cui difficoltà di bilancio dipendono, principalmente, dai tagli dello Stato e delle Regioni e la cui soluzione non può essere rinviata all’entrata in vigore della riforma. Dal momento che riguardano gli Esercizi finanziari 2013 e 2014 vanno affrontati adesso con serietà e rigore. Lo si è fatto per altre Amministrazioni. Fatico a capire perché non venga fatto per Biella.

Wilmer Ronzani