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Gli Sbiellati

Supermercati e vuoti a perdere

Gli Sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – Il Sindaco messo sotto in Consiglio comunale nella votazione della delibera sul cambio di destinazione d’uso di quel terreno che, a Chiavazza, avrebbe così favorito l’apertura di un nuovo supermercato.
Questa è la notizia, e che notizia.

Però, a questa che è una rubrica di costume, il tema interessa relativamente, essendo più avvezza per sua natura alla riflessione sulle distorsioni antropologiche che ci riguardano.

Tentiamo quindi di fare assieme un ragionamento “laico”, privo d’ogni fondamento ideologico, sul gioco delle parti che da tempo è in atto sulla vicenda supermercati in città, che ci permetta quindi di uscire dalla tediosa logica dell’esserne pro o contro. C’è chi dice che già ce ne sono troppi, oltre una ventina; c’è chi, come le associazioni di categoria, difende le ragioni del piccolo commercio; c’è chi dice che per riempire quegli spazi vuoti, o svuotati di senso dal tempo, si dovrebbe fare altro e non sa bene né cosa né come. Poi, c’è chi, politicamente, cerca di amicarsi gli uni o gli altri per ragioni di consenso o, caso mai, in ragione di un qualche interesse.

La faccenda torna ciclicamente agli onori delle cronache locali: la madre di tutte le polemiche fu quella innestata sul centro commerciale edificato alle porte del capoluogo. Si contestava lo scivolamento a Sud della città – e dove altro sarebbe possibile, se no – e l’abbandono di via Italia e del centro cittadino che veniva così privato della funzione sociale dello struscio, penalizzando gli esercizi commerciali presenti.

C’è da dire che se l’allora amministrazione si fosse negata, con tutta probabilità il Centro Commerciale si sarebbe spostato di qualche passo a Sud in altro comune e avrebbe comunque visto la luce, mantenendo inalterati i suoi effetti e lasciando Biella a mani vuote di oneri di urbanizzazione. Da allora ogni inaugurazione è stata accompagnata da critiche e malumori, spesso infondati, senza mai distinguere un supermercato da un ipermercato o da un discount, o un supermercato da un centro commerciale. Diversi per caratteristiche, offerta, fruizione e allocazione.

Tempi e modi, quelli del centro commerciale, ben analizzati e teorizzati dall’antropologo Marc Augé, che circoscrisse i non-luoghi in una logica figlia del tempo. Un tempo che però pare superato, ora che pure la grande distribuzione organizzata vive la sua inevitabile crisi. Questo perché i supermercati non sono né buoni né cattivi, ma soggiacciono, come il resto del comparto commerciale, al cambio dei paradigmi della vita sociale e li subiscono come ogni attore in scena, quando non riescono a cavalcarli. Pensare che siano loro – o, meglio, solo loro – a definirli è piuttosto ingenuo.

Del resto, mi riesce difficile immaginare i biellesi del passato (e anche quelli di oggi, perché no) intenti a lamentarsi dell’ennesima apertura, in città, di una fabbrica tessile in luogo di un antico laboratorio artigianale, adducendo a motivo che già ce ne sono parecchie e che così facendo i piccoli artigiani chiuderebbero bottega. Mi sembra che a prevalere sia una certa ideologizzazione del supermercato.

Certo, la torta biellese dei profitti commerciali resta la stessa, ma se alcune catene di supermercati insistono nell’investimento è probabile che, grazie ad accorte indagini di mercato, siano consapevoli degli spazi ancora disponibili. Il punto però mi sembra essere un altro: rispetto alla forza centrifuga dei centri commerciali, questi supermercati esercitano una sorta di forza centripeta. Non tendono più a spostare la clientela fuori città, ma tendono, con minori superfici, a spostarsi loro dentro la città, avvicinandosi, per quanto possibile, alla clientela urbana. Dalla no man’s land periferica al centro città, anche riciclando immobili.

L’esempio di Venezia è suggestivo: qualche anno fa, nel giro di poco tempo, aprirono, in un antico teatro e nell’antico palazzo delle Poste, rispettivamente un supermercato alimentare e un centro commerciale del lusso. Di certo sono operazioni poste in atto da chi ha il capitale e le idee per farlo, due requisiti che sono necessari l’uno all’altro. Ci vedo parecchie analogie con un territorio, il nostro, farcito di archeologia industriale – che solo per pudore non chiamiamo ruderi – inutile a sé stessa e alla comunità.

C’è però un problema, che non so quanto sia considerato, politicamente, in prospettiva: già stiamo subendo una pessima gestione dell’archeologia industriale, ci toccherà subire pure quella dell’archeologia commerciale? Gli stabili e i capannoni svuotati dei supermercati. Già aleggiano, in centro, i fantasmi dell’Upim, della Standa, di un A&O. Ci sarebbe da fare un ragionamento sugli oneri di urbanizzazione, quelli che fanno così gola all’Amministrazione comunale.
Bene pagarli e incassarli, ma perché non prevedere anche degli oneri di disurbanizzazione? Sarebbe una misura di civiltà.

 

 

Lele Ghisio

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