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Eventi e cultura

Le innumerevoli spedizioni e famose imprese dell’alpinista biellese Giovanni Antoniotti

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BIELLA – Uno dei volti più noti nel Biellese nel mondo delle guide alpine e dei maestri di sci. Giovanni Antoniotti classe 1941 iniziò ad arrampicare all’età di soli 14 anni, dapprima sulle nostre Alpi Biellese poi sui colossi valdostani.
Tra le scalate di maggior prestigio, la Nord dello sperone della Walker, via Cassin sulle Grandes Jorasses, exploit notevole per quell’epoca perché effettuata in giornata senza bivacco. Altre salite di grande prestigio sono la Cresta di Peuterey al Bianco, il Pilier Gervasutti al Tacul, la Nord dell’Aiguille Blanche, la Est del Grepon, la traversata dell’Aiguilles du Diable e molte altre nel massiccio del Monte Bianco.

Altre salite sono la cresta di Furggen al Cervino, la Nord dei Lyskamm, la Nord/Ovest del Gran Paradiso e molte imprese in Svizzera, nel Vallese e nell’Oberland, oltre che sulle Alpi Centrali, Marittime e Cozie , e sulle Dolomiti come la ripetizione della famosa Ovest di Lavaredo per la via Cassin.

Nel 1971, all’età di 29 anni, partecipa alla spedizione del C.A.I. di Biella all’Hindu Kush nel Pakistan Occidentale, con altri forti alpinisti Biellesi, tra cui il compianto Guido Machetto, dove vengono scalati l’Udren Zoom di 7131 mt., e il Chakaur di 7116 mt. nel gruppo del Tirich Mir.


Lei a 19 anni era già istruttore del C.A.I. di Biella, in un’età cui i ragazzi pensavano al rock and roll, alle ragazze , invece il suo amore era la montagna. Come si è avvicinato a quel mondo?

«Avevo 14 anni quando sono andato a lavorare in fabbrica a Pollone. Non so se è proprio il lavoro stesso dell’azienda che mi ha dato questo impulso di andare in montagna e cercare qualcosa, che mi realizzasse di più. Non mi so’ spiegare questa passione che mi e’ poi venuta, non lo so, forse per la curiosità di vedere quello che c’era oltre al Mucrone, e pian pianino cominciai a camminare, arrampicarmi sulle rocce. Mi piaceva, mi arrampicavo già sugli alberi nell’orto che avevamo a Pollone. Cominciavo a fare le prime corde doppie , per abituarmi alla tecnica».


Terminato il lavoro, lei andava in montagna, la domanda è questa: la montagna è stata avara con lei o le ha reso quello che lei ha dato?
«Diciamo i monti mi hanno reso quello che io ho dato. Ricordo che partivo a piedi da Pollone e andavo fino a Oropa a per evitare il biglietto del tram. Come allenamento andavo sempre fino in cima al Mucrone. Mi ricordo di un simpatico aneddoto. In cima al Mucrone trovai due signori, uno di questi era Novellino Casalvolone, all’epoca ex sindaco di Biella. Era un industriale e quando mi vide arrivare mi chiese: “ma da dove arriva lei? “ , e io gli risposi che arrivavo da Pollone , e che salivo per allenamento quasi tutte le mattine perché al pomeriggio lavoravo dalle due alle dieci. Lui proprio da buon industriale Biellese , mi chiese “ dove lavora? “ , e io gli risposi in filatura a Pollone dai Ceretti-Botto , e lui ancora: “ah e allora adesso lei va’ giu’ e poi va’ a lavorare alle due, ma rende ancora al suo datore di lavoro? “ Io gli risposi certo che rendevo ancora. Questa è una cosa che ricorderò per sempre».


Dal Mucrone alla cresta di Furggen, alle Cime di Lavaredo, le Alpi Svizzere, per arrivare poi in Pakistan, la ricorda l’ascesa più difficile?
«Forse la Nord delle Jorasses, il Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, che abbiamo fatto quando ero già guida. Sono forse le ascensioni più belle, la Parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo fatta nel 1964. Ormai sono passati quasi 60 anni, allora era una delle più difficili pareti delle Dolomiti, e con quella ho avuto una bella soddisfazione, in compagnia con un mio amico Renzo Coda Zabetta, con il quale ci siamo conosciuti prima ancora di diventare Istruttori di Alpinismo alla Scuola del C.A.I. di Biella».


Lei prima di iniziare l’intervista mi diceva che in montagna occorre la fortuna. Questa dichiarazione mi dà estro per chiederle se la paura è un qualcosa, come dire, con la quale si convive, o non si ha paura in montagna?
«No, bisogna conviverci. Quelle poche volte che “non” ho avuto paura mi è successo che sono caduto, l’unica volta in vita mia. Mi sono rotto una gamba. La paura aiuta a superare molte difficoltà con coscienza».


Lei e’ stato capo spedizione in Pakistan nel 1971 nella catena dell’Hindu Kush a 7131 metri, ci parla di questa esperienza?
Questa spedizione era nata da un progetto che avevamo elaborato con tutti gli Istruttori della Scuola di Alpinismo. Riuscimmo ad organizzarla benché costasse 11 milioni di lire. Io fui scelto dai membri della spedizione come capo spedizione, non perché fossi il più bravo. Purtroppo non arrivai in cima alla montagna all’altezza di 7100 metri, mi fermai a circa 7000. Quel giorno non stavo bene, mi ero fatto uno strappo alla schiena nei giorni precedenti per lo spostamento di un campo».


La tecnologia di oggi offre maggiore margine alla sicurezza , rispetto a quella di ieri. Giovanni, può tracciarci parlarci della differenza che c’è tra l’alpinismo di oggi e quello di ieri?

«L’alpinismo di oggi è cambiato totalmente, le attrezzature sono migliorate, dalle piccozze alle attrezzature removibili, noi le chiamiamo un po’ così, praticamente non si piantano quasi più i chiodi, ci sono degli attrezzi chiamati friend, che si mettono dentro nelle fessure e si espandono, quindi danno una buona garanzia, poi e’ migliorata decisamente l’arrampicata, infatti e’ nato un nuovo modo di alpinismo».


Lei è una persona molto umile, io so’ che Walter Bonatti si era complimentato, ci parla di questo aneddoto?
«Venne a Pollone a fare una serata. Io in realtà l’avevo incontrato nel 1964 in una arrampicata sul Monte Bianco Il giorno prima il tempo era brutto, così rientrammo al Rifugio Torino, li c’era Bonatti. Il giorno dopo il tempo era bello , ma non potemmo più fare la salita perché era tardi, allora ripiegammo su una montagna che fà parte dei satelliti del Mont Blanc du Tacul , che si chiama il Trident du Tacul. Feci il mio Trident e pure Bonatti. Io arrivai in cima da solo, con la corda a spalle in arrampicata totalmente libera, subito dopo arrivò Walter Bonatti, si complimentò con me dicendomi scherzandando “eh siamo in forma ne’ oggi”. Tornando alla serata di Pollone cercai di ricordargli l’aneddoto, ma lui non si ricordava più».


Secondo lei , sinceramente la montagna di oggi viene rispettata?
Dagli alpinisti penso di sì, da quelli che, come si può dire, “della domenica” molto meno. Le funivie servono anche agli alpinisti, pero’ si potrebbe farne un po’ a meno e avere una maggior considerazione della montagna, tipo sul discorso inquinamento. Sono contento di avere fatto l’alpinismo negli anni ‘60 e ‘70, quando la montagna era meno inquinata».

Piercarlo Leone

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