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Eventi e cultura

Daniel, una storia fatta di 400 e una storie diverse

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In questi mesi, su questa rubrica abbiamo parlato di una trentina di progetti artistici con un forte impegno sociale e un impatto concreto sui contesti in cui si sviluppano. Il fatto di raccontare esempi positivi, modi diversi di vedere le cose e soprattutto pratiche potenzialmente replicabili ha un valore importante perché siamo una delle poche voci discordanti in un coro fatto di lamentazioni e rassegnazione. Non vorrei sottovalutare la gravità della situazione in cui versa il nostro Paese, ma il quadro che ne viene dato nei media e nell’accezione comune non è né completo né oggettivo. Che cosa manca, vi chiederete, oltre ai 30 casi di questa rubrica? Manca moltissimo; per cominciare mancano i 400 casi incontrati da Daniel Tarozzi in giro per il nostro Paese.

In questi mesi, su questa rubrica abbiamo parlato di una trentina di progetti artistici con un forte impegno sociale e un impatto concreto sui contesti in cui si sviluppano. Il fatto di raccontare esempi positivi, modi diversi di vedere le cose e soprattutto pratiche potenzialmente replicabili ha un valore importante perché siamo una delle poche voci discordanti in un coro fatto di lamentazioni e rassegnazione. Non vorrei sottovalutare la gravità della situazione in cui versa il nostro Paese (e molta parte del Pianeta, per la verità), ma il quadro che ne viene dato nei media e nell’accezione comune non è né completo né oggettivo. Che cosa manca, vi chiederete, oltre ai 30 casi di questa rubrica? Manca moltissimo; per cominciare mancano i 400 casi incontrati da Daniel Tarozzi in giro per il nostro Paese.

Daniel è un giornalista, dai primi anni 2000 si è reso conto di un fatto strano, cioè che tutte le cose straordinarie e positive che il suo mestiere lo portava a conoscere in merito alla capacità delle persone di reagire alla crisi e alla rassegnazione, non trovavano spazio sui media e quindi rimanevano sconosciute a quasi tutti gli italiani. Questa cosa deve aver creato parecchi problemi, a Daniel, e deve essere stata una fortissima fonte di motivazione tanto che nel settembre 2012 è partito, con un camper, per un viaggio alla Che Guevara: solo, invece che l’America Latina, Daniel attraversa l’Italia, e la rivoluzione che sogna e che vede già in atto non porta alla guerra civile, non ha radice nel marxismo e coinvolge trasversalmente persone di ogni classe e ceto, professione ed esperienza.

Questa storia, fatta di 400 e una storie diverse (perché c’è anche quella di Daniel, tra loro) è raccontata in un libro dal titolo chiarissimo “Io faccio così. Viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia”. Edito da Chiarelettere e appena uscito in libreria, presentato a Cittadellarte su iniziativa di Viaggi e Miraggi, Biellese in Transizione e Action Aid in una bella serata piena di energia e stimoli.

A proposito di numeri, Daniel dice che 400 sono le storie che racconta nel libro, ma nei mesi di viaggio che sono stati la fonte del libro stesso, ha avuto notizia di quasi 4.000 realtà. Poi aggiunge, guardando un po’ più in alto del pubblico che in cerchio lo ascolta raccontare, “non sappiamo quante siano in realtà, perché non ce lo dice nessuno”.

Perché non ce lo dice nessuno? Certamente un po’ è colpa nostra che evidentemente siamo più emozionati dalle cattive notizie che dalle buone; o forse è che ci consola sapere che gli altri sono messi anche peggio di noi, che almeno possiamo starcene qui a leggere il giornale… ma non credo sia giusto prenderci tutta la colpa! Chiediamoci a chi conviene questa situazione. A chi conviene, se ci manca il coraggio anche solo di pensare a che cosa potremmo fare per cambiare le cose? La risposta può essere complessa e articolata; oppure può essere banalmente evidente; perché alla fine, conviene a chi ha il potere.

Qualcuno potrebbe dubitare che le storie siano tanto importanti. Senza scomodare la funzione politica e civile della mitologia che sembra accompagnarci sempre, sia come epoche storiche, sia come individui, vi racconto un laboratorio che ho fatto come Cittadellarte.

Nell’ambito di un percorso di riflessione proprio sui temi della rappresentazione, della narrazione e dell’attivazione civile, ho ideato il concetto di contropaesaggio, facendo riferimento alla nozione del sociologo indiano Appadurai di Paesaggio Mediatico, secondo cui i media svolgono un ruolo primario nella costruzione delle rappresentazioni e narrazioni che formano il paesaggio in cui viviamo: opinion leaders, ma anche artisti pop come cantanti, divulgatori e pensatori mainstream, giornalisti e ovviamente leader politici. Si tratta naturalmente di un paesaggio DATO, ed è tale in quanto risultante dalle narrazioni costruite prevalentemente da grandi poteri che detengono o dispongono degli strumenti di comunicazione di massa. Nonostante l’accesso ai sistemi di espressione e rappresentazione apportato dalla rete internet non manchi, sembra tuttavia che sia impossibile per noi cittadini come individui cambiare il paesaggio in cui viviamo, tanto quello delle idee come quello fisico. Eppure, esistono ovunque micronarrazioni. Derivano dall’incessante lavoro IMMAGINIFICO (fare immagini) che gli uomini, in ogni determinazione contestuale e culturale, inevitabilmente producono. Finanche nelle condizioni oppressive dei regimi totalitari o nelle situazioni più alienanti e distruttive (pensiamo a opere come “Il Diario di Anna Frank”). Queste immagini, derivanti dall’irrefrenabile potenza creatrice dello spirito umano (e dunque dallo stesso luogo da cui emana l’arte), contribuiscono a un’ineffabile composizione di un substrato magmatico di pensiero, idee e rappresentazioni che può anch’esso costituire una forma di paesaggio. Si tratta di discorsi che tendono ad affiancare e spesso contrastare le narrazioni che determinano il paesaggio mediatico.

Discorsi articolati da micronarrazioni individuali, e coagulati intorno ad esse, che danno dunque luogo e corpo a un paesaggio diverso, complesso e tendenzialmente frammentato, ricco di contraddizioni e spesso opposto a quello dominante. Un paesaggio essenzialmente composto da storie e immagini prodotte “dal basso”. Questo paesaggio è dunque un CONTROPAESAGGIO che si oppone alla rappresentazione del mondo imposta, e articola una deviazione rispetto alla visione tradizionale di paesaggio come dimensione data; un altro paesaggio, fatto da noi e dalle nostre esperienze: una spontanea e immensa opera d’arte, individuale e collettiva. Il laboratorio del controPaesaggio, realizzato ad Artissima a Novembre 2013 e tra un paio di settimane nell’ambito del Festival Architettura in Città a Torino, consiste nel promuovere e raccogliere sguardi autonomi, diversi e indipendenti sulla realtà, cercando di uscire dalla rappresentazione che di essa fanno le agenzie di pubblicità e le varie propagande. Ambizioso e vasto programma, sì. Ma le difficoltà non ci scoraggiano.

Alla fine di questa rubrica, giunti alla trentesima pagina, arriviamo a considerare, grazie all’incontro con Daniel Tarozzi, i due piani che in questi mesi abbiamo frequentato: quello dei cantieri della trasformazione reale, diffusi nel mondo, nelle città e nelle periferie, luoghi in cui comunità agiscono e concretamente realizzano cose che non si adattano alla logica della crisi. L’altro piano è quello della mente, dello spirito e della cultura: abbiamo operato su questo piano cercando di contribuire a costruire un immaginario e una mitologia minima con cui ognuno di noi possa affrontare la quotidianità. Entrambi i piani sono un controPaesaggio, reale il primo (anche se stentiamo a vederlo) e culturale il secondo, anche se è difficile coglierlo e accoglierlo come principio con cui ragionare sulle cose del mondo e, magari, prendere delle decisioni sulla (nostra) vita.

Paolo Naldini

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