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Biella

Perdonaci, Ioan

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Ricordo bene Ioan Gal. Lo intervistai, insieme al collega Andrea Marzocchi, in quella calda estate del 2016. Ricordo bene anche i brividi lungo la schiena, nonostante fuori le temperature fossero bollenti, nell’ascoltare quell’uomo ridotto a uno scheletro raccontare quanto aveva sofferto e stava soffrendo.

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La giustizia ha assolto i medici che lui accusava di non averlo curato adeguatamente quando era in carcere. Questo, però, apre uno scenario più inquietante, perché se i singoli sono innocenti e non hanno colpe, come stabilito dalla sentenza, significa che è il sistema carcerario stesso ad averne.

Un sistema che evidentemente è da correggere e migliorare profondamente, se un detenuto può soffrire per quasi un anno senza che si riesca a fare abbastanza per diagnosticargli la malattia.

Allo stesso Ioan sembrava interessare poco delle eventuali singole responsabilità, gli premeva soprattutto che la gente sapesse quali possono essere le condizioni di chi si ammala in cella.

Noi raccontammo la sua storia, ma lui non la lesse mai. Morì due settimane dopo il nostro incontro, quando l’intervista non era ancora stata pubblicata. Era una storia delicata, richiedeva verifiche accurate, tempo. In mezzo, anche qualche giorno di ferie programmate da mesi. Ma il tempo non c’era, il tempo finì. Era l’ultimo desiderio di un uomo e noi purtroppo arrivammo in ritardo.

A volte mi succede ancora di sognarlo; quando accade, sorride sempre.
Perdonaci, Ioan. Perdonaci tutti quanti.
Matteo Floris

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