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Quarant’anni al fianco dei tossicodipendenti biellesi «Tante vittime di droga e Aids e le botte non servono»

Parla Rita De Lima, una vita ai servizi sociali: «Metodo San Patrignano per fortuna è superato»

BIELLA – Rita De Lima, 67 anni, per quarant’anni educatrice al “Sert” e poi al “Serd” di Biella non ha bisogno di vedere la serie “SanPa”, sulla piattaforma web “Netflix”, per sapere cosa siano la piaga della droga e come funzionano le comunità di recupero.

Paiono essere i temi del giorno, San Patrignano e i metodi del suo fondatore.

“Bene. Anche se il dibattito dovrebbe essere scientifico e nella società, non solo sui social”.

Rita De Lima le botte servono a recuperare un “tossico”?
“Non servivano negli anni Settanta e non servirebbero oggi. Conta il rapporto umano che instauri, il percorso che costruisci insieme”.
Per Muccioli, da quanto emerge dal documentario, invece, possono aiutare.
“I metodi coercitivi non servono. Neanche il carcere, per dire, è mai servito”.

Per Muccioli, da quanto emerge dal documentario, invece, possono aiutare.
“I metodi coercitivi non servono. Neanche il carcere, per dire, è mai servito”.

San Patrignano, però, ha salvato molte vite, seppur con qualche schiaffone…
“Non discuto la serie, perché non l’ho vista”.

“SanPa” mette in evidenza uno Stato assente di fronte all’emergenza della droga che dilagava tra i giovani, nei decenni passati. E un Muccioli solitario a fare da diga. Era così?

“E’ una ricostruzione parziale. Dal 1975 la legge italiana prevede la creazione di servizi adibiti alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione delle tossicodipendenze, da insediare nei capoluoghi di provincia. E poi c’erano le comunità come il Gruppo Abele, le Comunità di base, piccole, che però partivano dalla strada raccogliendo le persone e cercando di lavorare al loro fianco”.

San Patrignano invece era un’altra cosa?
“Certo, faceva parte delle grandi comunità, potenti e ricche, con un consenso politico enorme e molta attenzione dalla stampa che conta. Il tutto faceva sembrare che solo loro avessero la ricetta giusta per curare le persone”.

Una sfida titanica, per tutti, comunque.
“Ci trovammo di fronte a un lavoro enorme, al di sopra delle nostre forze. Le conoscenze e le competenze di oggi, non c’erano, da nessuna parte”.

E sotto il Mucrone?
“Biella era una città benestante e benpensante, che nascondeva e non voleva sapere che esistevano questi problemi. Dopo una lotta durata mesi, in strada e nei banchi del Comune, abbiamo ottenuto, come Movimento di base composto da volontari, cittadini impegnati politicamente e tossicodipendenti, l’apertura del primo servizio allora comunale poi passato all’Usl e quindi all’Asl. Chiedevamo l’applicazione della legge dello Stato e di avere anche a Biella un servizio, che fu aperto nel dicembre del 1979. Contemporaneamente nasceva l’associazione “Afted”, formata da famiglie che aiutavano altre famiglie: una risorsa preziosa”.

I filmati mostrano genitori di tossicodipendenti in venerazione per il fondatore di San Patrignano: senza se e senza ma…
“Erano annichilite dalle situazioni dei propri figli. Piuttosto che vedere i propri cari distruggersi e vivere nel degrado, tra carcere e prostituzione, erano disposte a farli rinchiudere in strutture discusse e dai metodi discutibili. Conosco questi drammi. Li ho vissuti e affrontati per anni, centinaia di volte”.

Il Biellese e la droga: il bilancio?
“Moltissimi morti, soprattutto per Aids. Anche la droga aveva una sua geografia: Tollegno, Candelo e Valle Mosso erano i paesi più colpiti”.

Catene per drogati in crisi d’astinenza, celle punitive, docce gelate. Erano questi i metodi delle comunità di recupero negli anni Ottanta e Novanta?
“Non dappertutto. Non sempre. Anche allora c’era chi puntava sul dialogo, su un percorso di recupero individuale e specifico per ogni uomo o donna”.

E’ più facile aiutare un tossicodipendente in una struttura grande o piccola?
“All’epoca si riteneva giusto allontanare le persone dal territorio, dalle famiglie e “rinchiuderle” in strutture dove non c’era la possibilità di usare sostanze. Luoghi in cui sostenendosi a vicenda, lavorando, avrebbero potuto superare la situazione. Oltre a San Patrignano c’erano altre strutture, grandi, che funzionavano così, come “La Comunità Incontro” di don Gelmini e la Comunità di Padre Egidio. Realtà dove non avevi contatti con l’esterno per anni. Certo eri disintossicato ma, come sanno gli addetti ai lavori, a fare la differenza è il tipo di cura e la rielaborazione del proprio vissuto. Questo conta quando poi esci e torni nel mondo”.

Bilancio di tanti anni di lavoro?
“Ci sono stati fallimenti ma anche emancipazioni. Sono molte le persone che oggi occupano posti nella società e nel mondo del lavoro che si sono disintossicate e riabilitate. Senza aver subito botte”.

Cosa ha imparato in tanti anni affianco e insieme agli “ultimi”?
“Ho capito chi ero e cosa volevo dalla vita. Ho compreso che avevo la forza per una sfida impossibile e che ero fortunata. Molte delle mie amicizie, oggi, sono con persone che hanno un passato di dipendenza da droga o da alcool. Io non ho mai giudicato. Sono riuscita sempre a guardarli al di là dei loro errori e delle loro cadute. Ho dato ascolto, aiuto e negli anni competenze, che ho acquisito studiando e lavorando”.

Droga e politica.
“Le generazioni degli anni Settanta si ribellavano alla società, tentando di cambiarla, magari scardinando alcuni stereotipi. Molti di quei ragazzi sono finiti nelle droghe, di cui allora si sapeva poco”.

Lei ce l’ha fatta.
“Compresi che non era il mio mondo. Era più importante la politica e la militanza, che sono diventate le mie passioni. Scelsi di lavorare nel servizio e l’ho fatto per quarant’anni”.

La storia non è stata uguale per tutti.
“C’era chi “fumava” e continua a farlo, senza apparenti conseguenze. E c’era chi iniziò a “fumare” entrando poi nel mondo delle droghe pesanti, con conseguenze distruttive”.

La scienza cosa dice?
“Molti passi avanti sono stati fatti. Ci sono farmaci e cure. Comunque: ogni persona ha un rapporto diverso con la droga o l’alcool e, più in generale, con le dipendenze”.

Biella e la droga, ieri e oggi?
“Se ne parla meno, adesso. Alcune pratiche sembrano accettate, senza davvero aver stabilito se le droghe leggere possono essere legalizzate e se possono essere depenalizzate quelle pesanti. Negli anni Settanta e Ottanta ci si avvicinava alla droga spesso da molto giovani, oggi, forse, la situazione e ancora peggiore, anche per via delle droghe sintetiche, che creano più dipendenza e danni cerebrali”.

La droga leggera socialmente accettata?
“Trent’anni fa un drogato era un reietto da nascondere. Attenzione, però, perché valeva pure per i disabili e per le persone con malattie mentali. I tossicodipendenti, allora, venivano curati con l’elettroshock. Accadeva negli ospedali di Biella e di Vercelli. E qualcuno finiva pure nell’ex manicomio, sempre a Vercelli, dove poi si è scoperto che i metodi di trattamento per i pazienti erano tutt’altro che leggeri”.

Poi arrivò la “legge Basaglia”.
“Quel mondo di orrori e di errori non dovrebbe esistere più. La società ha fatto passi in avanti. I progressi nelle terapie e nelle cure sono ormai letteratura scientifica. Ma servirebbe un maggiore investimento sulla prevenzione”.

I partiti politici che hanno fatto, negli anni?
“Ho visto mille cambiamenti. Prima il drogato era un delinquente, poi una persona da aiutare. Cambio di governo, nuova prospettiva e così altre leggi. Avanti e indietro, come sempre in Italia. Servirebbe invece un dibattito serio, scevro da retro pensieri e ideologie”.

Paolo La Bua

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