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La città di Biella saluta la Brigata Sassari, i “Diavoli Rossi”: appuntamento domenica 20

In occasione dell’inaugurazione del secondo lotto del Nuraghe Chervu

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Nei giorni scorsi, sulle principali vie che attraversano la città, sono apparsi gli striscioni: «Biella saluta la Brigata “Sassari”». Annunciano l’arrivo della Banda militare della Brigata “Sassari”. Giungeranno il prossimo fine settimana per inaugurare domenica 20 novembre, con inizio alle ore 9:00, il secondo lotto del lastricato di memoria nell’area monumentale di “Nuraghe Chervu”: circa settecento pietre provenienti dai comuni italiani, ciascuna incisa con il nome della località e il numero dei Caduti durante il Primo conflitto mondiale.

Le imprese portate a successo dagli uomini della Brigata Sassari nel corso della Grande Guerra furono determinanti nel far sorgere il loro mito. L’intercettazione di un messaggio criptato delle forze austroungariche, infatti, rivelò il timore del nemico nei confronti dei Sassarini, menzionandoli come “Rote Teufel” -“Diavoli Rossi”-, per via del colore rosso delle mostrine e per l’irruenza nel combattimento corpo a corpo con il coltello “a serramanico” o la baionetta. La stessa fama di militari straordinari dei soldati della Brigata Sassari, di «guerrieri nati», accompagnò anche i Sardi che militarono in altre formazioni dell’Esercito. La «balentìa» alquanto primitiva e barbarica che, alla fine dell’800, aveva condotto antropologi come Niceforo, Orano e Sergi a ipotizzare una «razza delinquente» isolana, divenne allora la preziosa capacità di resistere e di combattere il nemico. La propaganda congiunta degli alti comandi militari e degli inviati al fronte della grande stampa italiana contribuì a rafforzare anche nei soldati isolani un nuovo ed inedito orgoglio del proprio valore, suscitando sull’Isola, nelle stesse famiglie dei militi, partecipazione, ammirazione e simpatia per «gli eroici figli della Sardegna» che servivano la Patria in prima linea. Un orgoglio ed un esempio cavallerescamente onorati anche dal nemico, pure nei momenti della sconfitta, come in occasione della rotta di Caporetto del 1917, quando il battaglione del 152°, guidato dal capitano Giuseppe Musinu, attraversò impavido, ordinato, marciando a passo cadenzato il Ponte Vidor sul Piave a chiusura della precipitosa ritirata dell’Esercito Italiano.

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