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E’ morta Rosetta Camossa, la decana del Biellese: aveva 106 anni

Pochi giorni fa l’avevamo intervistata. La mamma aveva raggiunto 100 anni, il papà 104

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E’ morta a Pralungo Rosetta Camossa. La donna con i suoi 106 anni d’età compiuti lo scorso mese di aprile, era probabilmente la persona più anziana residente nel Biellese. A dare la notizia è stato il sindaco di Pralungo Raffaella Molino. Riportiamo di seguito una sua recente intervista realizzata da Mauro Pollotti. 

Signora Rosetta come si chiamavano i suoi genitori?
«Mio papà Adolfo, la mamma Emma Giardino. Eravamo una famiglia di coltivatori».

Quali sono i ricordi dei suoi primi anni di vita?
«Mio papà, quando io ero ancora molto piccola era Cavaliere di Vittorio Veneto quindi veniva sempre richiamato. Stava a casa veramente poco. Era un genitore molto permissivo e affettuoso. Ricordo che un giorno tornò da noi con l’intenzione di non partire più, invece dopo solo qualche settimana fu richiamato nei Balcani. Stette via tanto tempo, lasciando così mia mamma e mia sorella Stella ad occuparsi dei campi e del bestiame».
Come ricorda quei tempi? Stiamo parlando degli inizi del ‘900
«Erano tempi molto diversi da quelli attuali. Non c’era nulla, poche famiglie avevano l’energia elettrica in casa, non esisteva la televisione. Al giorno d’oggi non è semplice immaginare quel tipo di vita».
Lei dove andava a scuola?
«A Trivero. Frequentai fino alla 5° elementare. A 14 anni andai a lavorare in fabbrica da Ermenegildo Zegna».
Ricorda qualche aneddoto particolare di quegli anni trascorsi tra le macchine tessili?
«Si. Ricordo che un giorno mentre stavamo lavorando, nello stabilimento arrivò a farci visita il Duce: Benito Mussolini. Accompagnato dal Conte passeggiava sulla passerella, mentre gli operai erano sotto, vicini alle macchine tessili. Mussolini scherzò con mia sorella Stella. Lei emozionata si spaventò facendo un salto all’indietro. Ricordo come fosse ora il suo viso arrossato per via della timidezza e l’emozione poter vedere dal vivo Mussolini. Con mia sorella avevo un rapporto bellissimo. Eravamo sempre insieme».
In quel periodo che tipo di divertimenti c’erano? Cosa facevate nel tempo libero?
«I divertimenti non erano tanti. Io adoravano andare a ballare. Non si facevano le ore piccole come al giorno d’oggi, ma ci si divertiva ugualmente. Ricordo che quando io e Stella andavamo a ballare, quelle poche volte, per l’occasione la mamma ci comprava le scarpe nuove e degli orecchini. Come passatempo, all’infuori delle ore lavorative, trascorrevamo i pomeriggi a cucire e a preparare con la mamma tovaglie e centrini per la chiesa del paese. Ora, le racconto un aneddoto che fa sorridere, pensi, ancora oggi i mie amici mi prendono in giro. Un giorno con Stella, dovevamo recarci alla festa di San Bernardo, per l’occasione io avevo calzato un paio di scarpe di color bianco. Mentre ci stavamo recando al Santuario della Brughiera a piedi, le scarpe nuove mi facevano malissimo, erano rigide e scomode. Una volta arrivata davanti alla Chiesa, mi accorsi di non avere più dolore. Da allora l’aneddoto è diventato: Il miracolo di San Bernardo».
Signora Rosetta, lei non si è mai sposata?
«No, per mia scelta decisi di dedicarmi  alla famiglia con tutta me stessa. Rimasi accanto a mia sorella durante la sua malattia e stetti vicino ai mie genitori».
Quanti anni avevano papà e mamma quando vennero a mancare?
«Posso dire che la mia è stata una famiglia di decani: la mamma aveva 100 anni mentre il papà 104».
Quando scoppiò la Seconda Guerra mondiale lei aveva 26 anni. Cosa ricorda di quei brutti e tremendi anni?
«Purtroppo i ricordi della guerra non possono essere belli. Ancora oggi ogni tanto mi viene in mente l’incontro ravvicinato con i Repubblichini. Erano appostati proprio nelle vicinanze di un terreno dove io e Stella andavamo a raccogliere la frutta e la verdura. Era un terreno che si trovava vicino al torrente dove si andava a lavare le lenzuola. Quel giorno, eravamo lungo la strada del ritorno. Incontrammo i militari appostati. Ci intimarono di lasciare a loro tutte le gerle sulla strada e di andarcene in fretta. Noi, spaventate da morire ubbidimmo e con il cuore in gola scappammo. Ma anche se con paura, invece di tornare subito a casa passammo da un’amica che faceva la staffetta e che in un modo o nell’altro riuscì ad avvisare i partigiani. Fu così che grazie a noi riuscirono a scampare all’agguato».
Ora lei vive a Pralungo all’Opera Pia Ciarletti. Come sta?
«Molto bene. Sono circondata da gente che mi sta accanto con amore. In occasione dei miei 106 anni, gli operatori hanno organizzato una bella festa».
Non avendo sorelle nè fratelli, chi si occupa di lei a parte il personale della casa di riposo?
«Il signor Luigi Melis. Lo conobbi in ospedale un giorno di circa trent’anni fa. Ricordo che dovevo fare delle applicazioni, forse alla schiena. Avevo 75 anni con già qualche problema anche alle gambe. In quel periodo vivevo a Biella. Ero carica di borse e mi diressi nell’ufficio dell’Asl di questo signore chiedendo se potevo lasciare le borse lì da lui perché non potevo portarmele dietro. Ovviamente Luigi vedendomi in difficoltà accettò di fare il custode della mia spesa. Al ritorno dalla terapia volevo pagarlo per il disturbo, cosa che non accettò. Da quel giorno, per tutto il periodo delle terapie approfittai della gentilezza di Luigi. Da li nacque una bella e sincera amicizia. Negli anni Luigi in un certo qual modo mi adottò occupandosi di me e dei miei genitori molto anziani».
Mauro Pollotti

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