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Biella: «Sconfitto il Covid, abbiamo fatto ripartire la pizzeria»

«Il momento è duro per tutti, ma crediamo nel futuro»

BIELLA – Non li ha fermati il Covid-19, figuriamoci la polemica su un furgone. Nei giorni scorsi la famiglia Giordano ha riaperto i battenti della storica pizzeria cittadina, dopo essere stata costretta dal virus a una pausa forzata. Lo ha fatto con lo stesso orgoglio con cui il titolare, Adolfo Giordano, aveva risposto piccato al commento di un passante sul loro “furgone nuovo”.


«E’ stato un episodio spiacevole – conferma a distanza di qualche giorno -. C’era tutta la mia famiglia alle prese con il Covid, quando affacciandomi al balcone ho sentito l’esclamazione a voce alta di questo signore: “Prendere un furgone nuovo per non pagare le tasse… significa che non c’è crisi”. Mi è sembrato normale rispondergli. Ho spiegato che il mezzo è stato preso in leasing e che per noi rappresenta un modo per provare a lavorare comunque, con le consegne a domicilio, anche in un periodo difficile come questo. Altro che fare i furbi sulle tasse».
Giordano si era sentito offeso, alla luce dei sacrifici che, come tanti altri italiani, lui e la sua famiglia sono stati costretti a fare in questo 2020. Nonostante ora siano ripartiti e stiano già lavorando in vista del Natale, per il quale è stato preparato un menu apposito, così come succederà per Capodanno.


«Siamo rimasti chiusi per tre mesi – racconta -, a marzo, aprile e maggio. Poi abbiamo ricominciato a lavorare, facendo i conti comunque con le restrizioni e le legittime paure delle persone. C’è stata una piccola ripresa d’estate, ma ad ottobre era già tornato il terrore, il lavoro è gradualmente calato di nuovo, fino ad arrivare all’attuale chiusura. La nostra piccola azienda ha sette dipendenti. Nessuno di loro è stato licenziato. Facendo un po’ di cassa integrazione, utilizzando gli aiuti arrivati per pagare le spese, ma soprattutto facendo le consegne a domicilio e contando sulle nostre forze, siamo riusciti a salvaguardare tutti i posti di lavoro. Alla luce di tutti i sacrifici, sentire sminuire la gravità della situazione per le piccole imprese come la nostra fa ancora più male».
Come se non bastasse il quadro già critico, a complicare ulteriormente le cose qualche settimana fa è arrivato il Covid: «Purtroppo siamo stati tutti sintomatici – racconta ancora Adolfo -. È stata un’esperienza strana e difficile da vivere, avendo anche due bambini piccoli a casa in quarantena. A maggior ragione è stato frustrante sentir dire certe cose da chi magari è in pensione o ha un lavoro sicuro».


Parole che tuttavia non hanno scalfito la voglia di continuare a darsi da fare. Da questo punto di vista, Giordano guarda già avanti, augurandosi che il difficile momento storico che stiamo vivendo possa lasciarci in eredità anche qualcosa di positivo: «Ho 34 anni, non 70, sarebbe grave se non credessi nel Biellese e nell’azienda che i miei stanno lasciando nelle mie mani – spiega sorridendo -. Se non avessi una visione imprenditoriale, sarei senza futuro, cambierei strada. Invece sono ottimista, credo che dopo una crisi del genere ci saranno una ripresa e una crescita, vedo degli spiragli».
Però bisognerà cambiare qualcosa: «Non per forza in peggio, soprattutto nel mio settore. Probabilmente sarà necessario lavorare di più sull’accoglienza e sull’ospitalità e questo non mi dispiace affatto. Non è un male provare a recuperare da questo punto di vista, soprattutto in una città come Biella, dove l’approccio “umano” troppo spesso viene a mancare. Dare da mangiare è la nostra missione, così come far stare bene le persone. I locali come il nostro hanno un’anima e una storia di generazioni ed è su questo che puntiamo».


Insomma, c’è margine per ripartire e tornare a crescere, anche se questo significa rimboccarsi le maniche il doppio rispetto al passato, per guadagnare magari la metà: «Anche per questo mi infastidisce sentir fare allusioni all’evasione fiscale – conclude a questo proposito -, un male al quale il nostro settore viene spesso associato. Quel mondo, per fortuna, oggi non esiste più: gli anni Settanta e Ottanta sono finiti da un pezzo, sono il medioevo. Siamo nel 2020. Oggi una pizzeria è un’azienda come un’altra e merita rispetto, anche perché una volta tramontato il tessile, le piccole attività sono diventate ancora più fondamentali per l’intero tessuto economico. Si fa tutto alla luce del sole, peraltro con margini molto bassi. Questo non significa che non si possa lavorare bene e con soddisfazione, soprattutto in un territorio come il nostro, che la crisi l’ha vissuta prima degli altri, ma che ha potenzialità enormi soprattutto nell’ambito dei servizi. Deve solo riuscire a capirlo».

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