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Lei non sa chi sono io: Guglielmo Oberdan

La rubrica con cui Edoardo Tagliani racconta i titolari delle vie cittadine

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rubrica tagliani

Nell’uscita del 22 dicembre 1882 del “Don Chisciotte”, giornale edito a Bologna, a sole 48 ore dalla sua morte, Giosuè Carducci lo definì «L’imperatore degli impiccati», contribuendo a trasformarlo in un mito che avrebbe ispirato generazioni di giovani.

L’aveva messo in conto di poter morire così, Dionisio Guglielmo Carlo Oberdank, nato a Trieste il 1° febbraio del 1858, noto a tutti come Guglielmo Oberdan, primo martire dell’irredentismo italiano. Era l’epoca in cui, per protesta contro il “nemico”, molti italianizzavano il loro nome, levando ogni eco austriaca.

Suo padre biologico non lo riconobbe mai. Sua madre, donna di umile famiglia, si risposò con Franz Ferencich, capofacchino al porto di Trieste. Pur essendo anche lui di modeste radici, riuscì a far studiare Guglielmo che, dopo un avvio zoppicante nelle aule di scuola, non solo si mise di buona lena sui libri, ma cominciò anche a frequentare quei salotti letterari che avrebbero forgiato il suo anti-imperialismo.

Divenne garibaldino di ferro, tanto che teneva in stanza un ritratto del Generale e nel 1879 fece di tutto per incontrarlo a Roma: ci riuscì e, si narra, Garibaldi lo baciò sulla fronte. Quando il comandante dei Mille morì, Oberdan sfilò dietro al feretro. Al collo, la bandiera di Trieste.

Impossibile stipare in pochi caratteri la vita di Oberdan, che con gli anni passa dalla teoria all’azione, fino ad arrivare a quella fatale. Con alcuni compagni irredentisti, progetta un attentato per uccidere l’imperatore Francesco Giuseppe in occasione di una visita ufficiale in città. Il piano fallisce a causa di due “spie” infiltrate nel piccolo gruppo di resistenti.

Arrestato, durante il primo interrogatorio, fornisce false generalità. Ci mette però poche ore per capire che la strada da seguire è un’altra: capito che non c’era scampo, decide di andare sino in fondo. Si autodenuncia, confessando non solo di aver ideato l’attentato fallito, ma anche tutti i suoi precedenti nel mondo dell’irredentismo, dichiarandosi fieramente nemico dell’Impero. Sa bene che tutto ciò gli costerà la morte.

E così fu. Il 20 dicembre del 1882 viene impiccato nel cortile della caserma di Trieste (che nel 1918 venne ribattezzata “caserma Oberdan”). Nasceranno decine di associazioni a suo nome, gli verranno dedicate strade, piazze, canzoni popolari e persino un inno che inizia così: «Morte a Franz, viva Oberdan!».

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