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Gli Sbiellati

Specchio, specchio delle mie brame

Gli sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Non sarebbe male, prima o poi, chiedere a ogni cittadino cosa pensa di questa città. Tanto siamo sempre meno e non ci dovremmo nemmeno impiegare troppo tempo. Ma intendo proprio a tutti, che non basta un campione statistico. Perché, a occhio, è difficile stimare quale sia il sentiment più diffuso: se quello autocelebrativo o quello autocritico. Credo comunque ci vengano bene entrambi, e probabilmente li indossiamo entrambi a seconda della bisogna e dell’interlocutore.

È un’indagine che potremmo commissionare ai navigator, ma temo che sia necessaria qualche competenza specifica in più nel campo della psicologia sociale. Viviamo di luci riflesse da un passato “glorioso” in cui il futuro ci sembrava territorio del possibile. E ora, che dentro a quel futuro ci camminiamo ogni giorno, non ci restano che quelle: le luci riflesse.

Ci siamo compiaciuti all’inverosimile, felici del nostro sguardo perso nell’ombelico e di uno splendido isolamento che aveva sfumato ogni orizzonte nella sua presunzione autarchica. Ma eravamo fatti così. Anzi, siamo fatti così. Perché se non fosse stato il mondo a entrarci nelle tasche rimaste vuote, probabilmente ci saremmo bastati fino all’inedia sociale.

Quindi abbiamo il riflesso pronto che ci torna utile alla celebrazione di antichi fasti, come alla lamentela frustrata da città che non ha mai bene scelto da che parte stare di sé stessa. Resta il fatto che il riflesso pronto ce l’abbiamo anche nel puntare il dito contro l’attualità che non ci riguarda direttamente, con l’inconscia attitudine di pensarci in qualche modo meglio, se non migliori. Quando invece ci tocca di leggerci dentro con maggior intensità, magari riflettendo su ciò che siamo e potremmo o potremo essere, facciamo più fatica e un bradipo ci batterebbe facilmente in una gara di velocità.

Abbiamo festeggiato la mimosa, la cui festa l’otto di marzo coincide curiosamente con quella della donna, a cui in genere fingiamo di dare attenzione almeno una volta l’anno. Feste celebrate quest’anno sottotono, che hanno favorito l’esposizione di donne ucraine sull’onda sincera di un’emozione non da poco. D’altronde la ricorrenza è stata occasione, per la Procura della Repubblica di Biella, di diffondere qualche dato sull’attenzione che dedichiamo alle donne locali.

In effetti, a loro la festa la facciamo tutto l’anno, se, come dice la donna a capo della stessa Procura, il reato relativo ai maltrattamenti in famiglia è quello più diffuso nel Biellese. Pure quelli di stalking e violenza sessuale godono di buona salute e popolarità registrando preoccupanti aumenti delle denunce. Sono vere due cose: che i processi istruiti non è detto che si risolvano poi in condanne e che questa non è che la punta dell’iceberg, se è vero, come lo è, che nel rapporto tra le violenze subite e quelle denunciate resiste un notevole scarto.

Nonostante la legge del “Codice rosso” tenti in ogni modo di far emergere quest’inquietante sommerso, non è comunque facile per una donna denunciare la violenza di genere. Sono ancora troppe le variabili senza soluzione che potrebbero compromettere la sua quotidianità e, paradossalmente, la sua incolumità.

Forse è il caso di prendere coscienza che noi siamo anche questo. Forse è il caso di prendere coscienza del fatto che dietro a questi numeri ci sono storie e persone vere. Forse è il caso di prendere coscienza del fatto che dietro a queste storie ci possono essere le nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre vicine di casa. Storie che magari conosciamo bene, ma ci accecano la coscienza quando ci giriamo dall’altra parte pensando che in fondo non sono affari nostri.

No, in fondo non siamo poi così buoni e belli. E non lo eravamo nemmeno in passato, solo che queste storie passavano sotto il silenzio complice della moralità corrente. Se la casa rifugio per donne vittime di violenza di genere, gestita dai locali consorzi assistenziali, nei primi dieci mesi del 2021 ha triplicato gli accessi rispetto all’anno precedente, abbiamo un problema. Un problema che la pandemia in corso ha certamente contribuito ad accentuare, data la spesso forzata convivenza, che però non può essere un alibi consolatorio per il fatto in sé.

Ben vengano le panchine rosse e ogni modalità possibile di sensibilizzazione, ma questa che è città così certificatamente creativa dovrà trovare, prima o poi, il modo di guardarsi dentro davvero lasciando finalmente lo specchio alle regine cattive delle favole.

 

Lele Ghisio

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