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Gli Sbiellati

Le radici e le ragioni del rave

Gli Sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – Ammazza, se vola il tempo. Soprattutto se ci troviamo incanutiti e imbolsiti a dire cose già scritte, agitando le parole come fossero braccia per farci notare e magari anche capire. Dieci anni fa, io e un manipolo di avventurieri, dedicammo quattro intere pagine di questo giornale per tentare di spiegare la scena rave.

Le sue origini, i suoi significati, le sue contraddizioni.

E ora davvero non riesco a credere che in un Paese che fatica ad arrivare a fine mese non si faccia che parlare d’altro, facendolo molto male.

Siamo alle solite. Non dico la competenza, ma almeno la cognizione di causa dovrebbe essere il requisito minimo per poterlo fare. Invece no. Nemmeno adesso che basterebbe un quarto d’ora passato a leggersi dal cellulare la voce “Free party” su Wikipedia. Tra tutti quelli che parlano, giudicano e sentenziano, ce ne fosse uno che ha partecipato una volta a un rave. Nemmeno per sentito dire. Il rave è rituale collettivo, studiato da fior di antropologi fin nelle sue forme primigenie. Margaret Mead con il suo documentario del 1952, “Trance and dance in Bali”, fu la prima a esplorare la connessione tra la danza e la trance indotta dal ritmo, interessata ai rituali collettivi caratteristici della specie umana. Occasioni di ballo/sballo, aggregazione e musica nati ben prima del Festival di Sanremo e delle discoteche della riviera romagnola. Insomma prima del divertimentificio a pagamento, figlio della cultura capitalista che si è andata poi affermando, per sua natura poco interessata alle pratiche rituali e molto di più allo sbigliettamento.

Di rituali assimilabili al rave se ne occupò nel 1961 Ernesto De Martino con “La terra del rimorso”, dove il fenomeno del tarantismo venne sviscerato nelle sue componenti più ancestrali e socialmente rilevanti: non è un azzardo dire che i rave sono l’evoluzione della stessa esigenza, quella della “resistenza delle classi popolari a una cultura egemonica in senso lato repressiva”, proprio come l’assunto dei rave party. Cos’altro potrebbe essere la “Notte della Taranta” di Melpignano se non la trasposizione di tutto ciò in chiave di marketing turistico, nella forma omologata di festival che miscela atavico tarantismo e formula rave socialmente accettata?

E, a seguire, l’antropologo francese George Lapassade, con la ricerca sintetizzata in “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe” (1980), in cui analizza gli stati modificati di coscienza in relazione a danza, ritmo, rituale religioso e… sostanze psicotrope.
Già, perché in proposito ogni moralismo è inutile e patetico: l’uomo, dacché esiste, ne ha sempre fatto uso, e l’antropologia non è un passatempo stravagante.

I rave di nuova generazione hanno anche radici socio-politiche ben codificate dal filosofo Hakim Bey, teorico delle Taz (Zone Autonome Temporanee), utopiche e libertarie situazioni a-temporali e a-spaziali che, oltre ad accogliere generi musicali rinnegati dal mainstream (l’elettronica radicale nel suo insieme), hanno l’intenzione di sottrarsi alla mercificazione della festa. Insomma: aggregazione, divertimento, rivendicazione.
Non privi di contraddizioni, certo, ma neppure nemico pubblico e, anzi, elemento di riflessione.

Se non avete voglia di leggervi l’intera pagina dedicata, per farvene un’idea bastano le ultime righe su Wikipedia: “Nonostante decenni di repressione, ostruzione e superficialità di media e opinione pubblica, il continuo svolgersi di Free party evidenzia l’incapacità delle istituzioni di contribuire allo sviluppo ricreativo di forme di aggregazione giovanili, che manifestano il continuo bisogno di svilupparsi in spazi dove poter esprimere forme culturali e artistiche alternative e condividere il proprio sentimento di emancipazione dalla società di massa”.

Risalgono solo all’inizio del mese scorso gli articoli allarmistici su un rave svoltosi nei capannoni in disuso di Brusnengo. Stesso allarme e stesse parole in occasione del rave a Roasio, Pasqua 2012, dove a essere occupato fu un presidio militare dismesso, o sul rave d’inizio 2015 nei capannoni ex-Aiazzone di Verrone.

Prima della surreale polemica sollevata da questo governo, esisteva una diffusa indignazione localista, legata al preconcetto e alla scarsa conoscenza del fenomeno. Perché siamo sempre buoni a parlare dei giovani, salvo poi criminalizzarne ogni espressione culturale.
Siamo sicuri invece che a essere paradossalmente nemici della società non siano certi ecomostri che vengono recuperati alla socialità proprio dai rave?

Il fabbricato ex-Aiazzone situato a Verrone, ormai sepolto nella vegetazione spontanea; lo scheletro del laboratorio di sanità pubblica che resta insepolto dagli anni ’80 in zona Ospedale e per cui si buttarono al vento miliardi di lire; o il vecchio Degli Infermi, tanto per dire. Ma ora che abbiamo spezzato le reni ai ragazzi, continuiamo pure a combattere i “Mimimmi”.

 

Lele Ghisio

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