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La maionese impazzita dei social

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Il mondo si è fatto un posto strano. È sempre accaduto che il passar del tempo segnasse l’introduzione di novità che lo cambiassero in qualche modo, ma la velocità del cambiamento faceva la differenza. In alcuni luoghi, a dir la verità, la fa ancora, ma in questo mondo ormai globalizzato il cambiamento ha assunto un carattere di repentinità tale che ogni volta di più risulta rapido e simultaneo.

Le distanze reali sono annullate da quelle virtuali, e la nostra vista supera con facilità l’orizzonte dietro casa per avere contatti visivi con l’altrove, che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto. O conosciuto a distanza di tempo. Viene quasi a mancare il tempo dello stupore, viene sicuramente a mancare il tempo di metabolizzarlo con raziocinio e riflessione. Sull’onda emotiva dell’immediatezza e dell’immagine tutto si consuma, spesso in un attimo breve per poi passare oltre e ad altro.

Per andare al grano: la prima guerra condivisa in tempo reale fu quella del Golfo, in risposta all’invasione irachena del Kuwait e che, proprio per questo, mantiene qualche analogia con l’attuale situazione. Una notte di gennaio del 1991 accendemmo la tv – Internet era ancora di là da venire – e ci trovammo di fronte a una sorta di videogame coi sottopancia e la voce affannata di Peter Arnett, giornalista neozelandese in forza alla Cnn già premiato con un Premio Pulitzer per le sue corrispondenze di guerra, che dal tetto di un hotel si faceva unico cronista del conflitto appena iniziato.

Con l’Internet e una tecnologia più avanzata nel campo delle comunicazioni si confrontò invece la seconda Guerra del Golfo nel 2003, ma gli eserciti in campo avevano fatto tesoro dell’esperienza precedente strutturando il giornalismo “embedded” e filtrando le informazioni a piacimento. A quel tempo, l’Internet senza social pareva muto, buono solo per diffondere propaganda e qualche stralcio di controinformazione: i grandi media erano ancora tra i pochi che potevano dispensare notizie e immagini, facendone selezione.

Ora ci tocca invece di leggere questa guerra, che ci addolora più di altre, attraverso la confusione di tanta propaganda e poca informazione, caratteristica di tutte le guerre, proposta da questa maionese impazzita che sono i social. Intrisi a loro volta di superficialità, ingenuità, presunzione, arroganza, supponenza, buona e malafede. Ma comunque disposti, nel bene e nel male appunto, a spaccare il capello in quattro.

È così che ci capita di trovarci a discutere del cappotto indossato da Putin nella sua apparizione pubblica. Un cappotto, un parka si dice oggi evitando la tentazione di chiamarlo evocativamente eskimo, firmato da un’azienda del fashion di lusso di origine biellese per estensione.

Appena dopo il primo riflesso condizionato che mette in moto l’orgoglio locale, ci si rende conto che non è poi gran cosa essere associati a un autocrate che ha invaso deliberatamente una nazione sovrana. E quindi monta la maionese della polemica online e offline, come se un’azienda avesse una qualche responsabilità su chi ha acquistato un capo da lei prodotto (vero che a volte ne ha, ma non sembra questo il caso). Ci sarebbe da chiedersi, per amor del paradosso, di che marca fossero le mutande indossate da Putin in quell’occasione, per poter discutere anche di quelle in quest’ambiente sterile, ma non sterilizzato a sufficienza, che sono i social in assetto di guerra d’opinione purché sia.

Resta però il fatto che uno degli amministratori ha sentito il bisogno di smarcare l’ex azienda di famiglia dall’imbarazzante accostamento, specificando che l’azienda stessa ha già abbandonato il mercato russo e sta aiutando i profughi in fuga. Fa riflettere questa velocità con la quale si diffondono polemiche una volta improbabili. Fa riflettere anche come, soprattutto nell’alta moda, il valore del marchio abbia di gran lunga superato quello intrinseco della merce. Fa riflettere come ci si possa ritrovare, da un momento all’altro, in balia di influencer loro malgrado e a nostra insaputa che sfuggono completamente al nostro controllo.

 

Lele Ghisio

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