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Biella

La piccola ribalta di provincia

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – In letteratura, una delle citazioni di maggior successo è sicuramente la perentoria affermazione di Hercule Poirot, l’investigatore creato dalla penna di Agatha Christie, che recita più o meno così: “Una coincidenza è una coincidenza; due coincidenze sono un indizio; tre coincidenze sono una prova”.

Ora, se mettiamo in fila le figuracce che ci siamo rimediati per salire alla ribalta nazionale di qualche tg, con inevitabile corollario in programmi d’inchiesta o in famelici e gossipari siparietti travestiti da infotainment, di prove ne abbiamo più di una del fatto che le figuracce ci vengono particolarmente bene e che da un bel po’ di tempo in qua sono l’unico modo di far sparlare di sé questo territorio, anonima provincia persa nel provinciale anonimato.

Non ricominciamo adesso con la lagna già espressa in occasione della serie tv di Zerocalcare, di cui abbiamo ampiamente dimostrato di non averci capito nulla; o con il vetusto ritornello dell’isola felice che in realtà non siamo mai stati, per sfoggiare un orgoglio fuori luogo. Perché quello siamo: un’anonima provincia.

Viene da chiedersi se non ci sia, da qualche parte, un gruppo di province anonime che si incontra periodicamente per sfogare la propria frustrazione di esserlo. Forse sarebbe utile: “Io sono la Provincia di Biella, una volta ero capitale mondiale del tessile e ora nessuno sa chi sono. E quando qualcuno si ricorda di me, mi chiede se esiste ancora il mobilificio Aiazzone”.

Toccherebbe andare in analisi, ma mandarci un’intera provincia non è cosa da poco. Se facciamo mente locale (ah ah), cosa ci può venire in mente del nostro passato recente che ci abbia fatti salire sulla ribalta nazionale? Che abbiamo un sindaco che si è inginocchiato di fronte a Salvini, si è capottato sulla neve con un’auto presa in prestito dalla Protezione civile, si è dimenticato di un bando per milioni di euro. Che in città l’Amministrazione ha rifiutato la cittadinanza a Liliana Segre per poi farsela rifiutare da Ezio Greggio. Che abbiamo avuto un forno crematorio dove si cremava troppo e male. E un necroforo che, va bene così. Che una studentella recitava da capopopolo e ha interrotto una lezione a Bologna. Che un molestatore seriale, noto per altre faccende, faceva una selezione del personale femminile tutta sua. Che alcuni furbettocrati hanno saltato la fila per il vaccino antiCovid. Ecco, è su quest’ultima genialata che si verifica un corto circuito: se prima c’era chi faceva carte false per saltare la fila e farsi il vaccino, ora c’è chi si fa un braccio falso per non farselo.

Piacerebbe dire che, dopo questa, il sipario si chiude e gli attori escono per prendersi l’ultimo applauso dopo una pessima recita. Ma ormai l’assuefazione alla brutta figura è tale che qualcuno suggerisce addirittura di farne strumento di marketing territoriale. Come dargli torto, se solo avessimo lo spirito giusto per farlo: il senso dell’umorismo non è esattamente nelle nostre corde. Tantomeno l’autocritica, ci viene da esercitarla in qualche modo utile. È senza nessun accenno d’imbarazzo che ci consideriamo creativi perché lo ha certificato l’Unesco, grazie a un sempre malinteso e distorto concetto di creatività: è l’autoreferenzialità che ci ammazza.

Alla luce, riflessa, degli ultimi eventi, sui quali ci sarebbe parecchio da ridere non ci fosse da piangere, c’è sempre qualcosa che lega queste improvvise ribalte nazionali: la nostra pubblica reazione. Quasi sempre fuori misura, orgogliosa senza motivo, rivendicativa senza ragione; quasi mai liberatoria o riflessiva.

Mercoledì scorso è andata in onda la nostra personale e farsesca interpretazione di uno spettacolino triste, dai meccanismi scontati e da un contenuto più asfittico di un sottovuoto: un presentatore biellese con un ospite biellese al centro della sua trasmissione. Uno che si sbracciava senza ragione e l’altro, che di braccia ne aveva fin troppe, totalmente spaesato, come fosse interamente di silicone e quasi si fosse fatto iniettare un’intera scorta di vaccini prima di entrare in studio. Patetico lui, patetico l’avvocato al seguito, patetico il presentatore campione di facce di circostanza che cerca d’incuriosirci, attraverso numerosi teaser, con un incredibile – ma solo per lui – colpo di scena: il medico dal braccio finto si è vaccinato. Sipario.

Altro che mito, genio, situazionista, novello Che Guevara dell’antivaccinismo. Dal bestiario convocato in studio ne escono le sentenze di D’Agostino: «È un pirla» e di Vespa, rivolto al conduttore: «Stai nobilitando un imbroglio». Ma è affacciandosi alla finestra di quel Bar Sport che sono i social dove s’incrocia la saggezza popolare che sentenzia: “Pataluc”. Eravamo noti per il nostro proverbiale “braccino corto”, ora lo siamo per il braccino finto. Almeno fino alla prossima ribalta.
Lele Ghisio

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