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Biella

Il sindaco Claudio Corradino e l’ansia da prestazione

Gli sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Parlando degli sbiellamenti vari e assortiti di cui abbiamo settimanalmente un certo gusto – accompagnato pure da un certo dispiacere – e l’ingrato compito di riferire tentandone un’interpretazione, ci è capitato spesso di citare l’ansia da prestazione come loro causa primigenia.

È una sindrome diagnosticata in gran parte all’homo politicus di ogni ordine e grado del terzo millennio, amplificata dall’avvento tecnologico dei social network che ne hanno semplificata la diffusione fino a renderla un’evidenza costante della foga comunicativa degli eletti, o degli aspiranti tali, di qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Si tratti di commento ai fatti d’attualità, più o meno fine ragionamento squisitamente politico o annuncio amministrativo di altrettanto qualsiasi foggia.

Fino all’estrema conseguenza dell’ansia da prestazione da declinare nei termini di ossessiva presenza e autopromozione a mezzo foto opportunity, la cui natura istituzionale si è convertita nel bulimico rituale del selfie con personaggio di fama o in diretta dalla vacanza balneare. Buono anche per i sindaci che affrontano il proprio programma elettorale girando fagiolate a favor di popolo. Per il resto del mondo, quello che non è direttamente impegnato in attività politiche di sorta, si è di fatto incrementato un rumore di fondo per certi versi fastidioso, per altri inutile, per altri ancora un divertimento che assicura la fornitura costante di strafalcioni, puntualmente riproposti in versione meme o in versione replica indignata da parte di detrattori o avversari politici.

La doverosa premessa è funzionale a cercare di giustificare, in qualche modo, la maldestra attitudine del nostro primo cittadino che, per surclassare la ritrosia del suo predecessore, ha assunto come missione la maggior diffusione possibile della sua immagine e della sua parabola populista. Da intendersi così non tanto nei contenuti politici, che non vanno mai troppo oltre agli estratti del manuale scritto e riscritto dal suo capo (è così che lo definisce lui, eh) a seconda della convenienza del momento, ma per l’ansia da prestazione, appunto, di dimostrarsi uno di noi, uno del popolo e non uno degli eletti dal popolo.

Una patologia che, a occhio, porta più danni che vantaggi perché risparmia parecchio tempo agli sceneggiatori della cronaca cittadina e lo obbliga alla perenne rincorsa della giustificazione, della smentita, della correzione, del distinguo. Tutte cose che una certa sobrietà istituzionale eviterebbe a monte, ma, temo, ci toglierebbe parte del “divertimento” di cui si diceva. È la politica della pacca sulla spalla, quella con cui gratificare l’uomo qualunque, in qualsiasi senso lo si voglia intendere.

Solo che i suoi interventi nelle dirette social sono fatti a braccio: a braccio siliconato, viene da dire per restare a tema con chi sbiella davvero. Perché è proprio lui stesso a dire che “sui social c’è parecchia gente che non sa quello che dice”, nel medesimo show casereccio in cui ha appena finito di affermare che «come sindaci della Lega, intendiamo fare tutto quello che si può per accogliere i profughi veri. Lo Stato italiano ha accolto per anni profughi finti: immigrati economici, ma anche immigrati strani». Insomma, siamo ai profughi finti e agli immigrati strani: questo è il livello della discussione. Tocca inventarci una cosa simile al green pass e un’applicazione che ci aiuti a distinguerli. Certo, poi parte il distinguo che recita “perché scappano veramente dalla guerra”, come se la vera guerra fosse solo quella di cui ci siamo gioco forza accorti; e allora poco dopo parte la disquisizione sul fatto che «l’Onu deve scendere in prima persona, così come dovrebbe scendere in tanti conflitti che son dimenticati, che non c’è solo l’Ucraina: ci sono tante zone, in Africa specialmente, dove la guerra continua». Contraddicendo implicitamente il sé stesso di prima.

Ecco, al di là di come uno la pensi, diventa davvero difficile esprimere un giudizio politico su un’affermazione del genere: da dove dovrebbe scendere l’Onu? Dal quinto piano? Dal treno? O l’Onu dovrebbe scendere in guerra, cosa che risulta impossibile a chiunque abbia un poco di senno e di cognizione politica. E allora chi sono quelli che scappano “veramente” dalla guerra? Roba da mandare in confusione chiunque abbia la buona volontà d’ascoltarlo davvero. A lui, nostro sindaco, che l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin gli ha fatto “un po’ anche cadere la stima che aveva in lui”. Un po’, solo un po’.

 

Lele Ghisio

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