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Il pessimismo locale è uno stato dell’anima

Gli sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – Oggi questa rubrica si prende una sorta di pausa da se stessa: per un cambio di prospettiva, sempre utile, e anche per spiegarsi meglio prendendo una boccata d’ossigeno. Il pretesto, più che buono, è fornito da una lettera al giornale, apparsa nel numero di mercoledì 2 giugno e latrice di una critica che spera costruttiva e foriera di ottimismo. Anche se, in realtà, il mio sogno è sempre stato quello di rispondere alla posta del cuore.

Cogliamo comunque l’occasione per cominciare a spiegarci meglio: di solito in questa rubrica non si fanno nomi. È una scelta consapevole dettata da due fattori: il primo, evitare di dare qualsiasi tipo di visibilità diretta ai protagonisti che potrebbero comunque goderne nell’era dei Tag; il secondo è che così dovrebbe risultare più evidente il fatto che, tutto sommato, siamo una città di provincia come tante e le nostre dinamiche sono, in genere, assimilabili a quelle dell’insieme, e ciò ne fa un tratto caratteristico dell’italianità tipica dei campanili.

Detto questo, stavolta, il nome vale la pena farlo e facciamo un’eccezione: Ilaria Motta, l’autrice della lettera, si chiede perché la prima pagina di questo giornale “è costantemente ricca di dure polemiche o cinismo” e, di conseguenza, ci invita a dispensare maggior ottimismo e positività, confidando in una sorta di loro potere taumaturgico per la collettività.

Non ha tutti i torti, anche se, a onor del vero, almeno tra queste righe, si fa ampio ricorso al sarcasmo, che è ben diverso dal cinismo: a volte si ride – a stento – per non piangere. Il problema è che questo è un territorio in cui si ride, e si sorride, poco. Indipendentemente dalla pandemia che ci tocca: temo infatti che sarebbe così anche durante una pandemia di ridarella. Mi sa che il pessimismo locale sia uno stato dell’anima, una sorta di proiezione metafisica della nostra identità.

Il quadretto che Ilaria dipinge a parole nella sua lettera ha un che di visione bucolica del rovescio della medaglia di cui fare virtù della necessità. Ed è bene che sia così, ci mancherebbe, quando riferisce delle opportunità private e sociali che ha colto lungo la strada di questa clausura di massa. Ribadire con ostinazione sulle prime pagine dei giornali locali che va tutto bene non avrebbe, temo, lo stesso effetto, dal momento che sono sempre così generosi nel dispensare veline e comunicati stampa e così parchi nell’approfondire la realtà. Sarebbe, anzi, un tributo all’eccesso di autoreferenzialità di cui già patiamo endemicamente e che ha storicamente tarpato le ali allo sviluppo possibile del territorio. L’analisi non va confusa col pessimismo. Anzi, alcune di queste fanno proprio ridere! Anche se involontariamente.

Per restare nell’ambito delle metafore pop tanto care a questa rubrica: le favole, da Biancaneve a Harry Potter e da Alice al Signore degli anelli, sono piene di specchi spesso antipatici per la loro sincerità. Svelare quando il Re è nudo è sempre stata la vocazione, anche se ora un po’ dismessa, del giornalismo e della stampa in generale. Perché certi silenzi sono nemici della verità e l’immagine a rovescio che lo specchio restituisce può essere utile ad arricchirci in consapevolezza, più che a sistemarci il trucco. E perché, cara Ilaria, se è pur vero che ridere ti ha aiutata parecchio, grazie al fatto che così “la mente non si fossilizza sul problema e guarda altrove”, è importante che lo sguardo non stia sempre a posarsi sul dito invece che sulla luna.

Anch’io, di mio, rido parecchio. Però non sono uno scrittore comico, e sbiellare mi viene meglio. A ognuno il suo. Questa tua petizione mi fa però tornare in mente una rubrica a suo tempo ospitata da questo giornale e firmata dall’amico Max Zegna. S’intitolava “Faluspe” e si proponeva proprio di raccontare il meglio e non il peggio di questo territorio. Probabilmente non aveva tutti i torti. Ma in questi giorni, in cui ricorre il 40° anniversario della sua morte, mi torna in mente anche Rino Gaetano, geniale nel cantare il disagio con la cifra dell’ironia e della leggerezza solo apparente. Insomma: il cielo è sempre più blu, di quello che descrivono le prime pagine dei giornali.

Lele Ghisio

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