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Biella

Il paradossale suicidio dell’ipocrisia

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Rileggendo per necessità qualcuna di queste rubriche – capita di farlo per non ripetermi o per valutare il mutare del tempo e degli eventi – ogni volta di più mi sembra che si nutrano di paradossi. Vero è che raramente riesco a nascondere il mio amore per il racconto paradossale, utile per descrivere una realtà spesso surreale che, dato il suo carattere di quotidianità, diamo per scontata e assimilabile alla normalità, socialmente intesa. D’altronde non mi pare poi così male, vivere dentro a quel paradosso che è la vita stessa.

Questa città, così come quelle di provincia in generale d’altronde, è generosa di spunti e stimoli finanche per indurre un’insana, e per certi versi moraviana, noia. La sfida è tutta qui, quindi. Osservarne le contraddizioni e amplificarle per capirci meglio, per capirle meglio.

Recentemente è stata data ampia diffusione dell’intenzione di promuovere, proprio in questa città, un osservatorio nazionale dei suicidi. Un progetto ambizioso, e meno male che lo è, con il quale una famiglia colpita dal lutto intende elaborarlo così, socialmente. Perché il suicidio è sì un fatto intimo, il più paradossalmente intimo. Ma anche no. “Spesso il mal di vivere ho incontrato”, per le strade della mia città. Ma, soprattutto, s’incontra il mal di sopravvivere. Quello che coglie gli affetti, lasciati qui a pensarci su con il dolore addosso. E una comunità rimasta in qualche modo orfana. Capitalizzare il dolore per farne ascolto, ricerca, diagnosi e cura là dove si può, si rivela un moto sociale necessario.

La realtà sta tutta nei dati snocciolati tutti insieme alla presentazione dell’iniziativa; il paradosso sta nella loro subdola negazione. Non è passato molto da quando la serie tv di Zerocalcare fece indignare a priori ogni alfiere di un mal riposto orgoglio locale. Eppure lui raccontò in modo lieve ed esemplare una storia greve e drammatica di suicidio; piena d’interrogativi, senza la pretesa d’averne pure le risposte. Che Biella finisse a fare da sfondo e da sponda a quella storia proprio non piacque.

Ora è l’estrema realtà di quei dati snocciolati insieme a darci la cifra di quanta polvere siamo soliti nascondere sotto al tappeto. In un Paese a basso rischio, in tema di suicidi, rispetto al resto d’Europa, il Piemonte è la regione che presenta il tasso più alto in rapporto agli abitanti (0,82 ogni 10mila abitanti). A sua volta, Biella è la provincia piemontese con il tasso più alto (1,43 ogni 10mila abitanti).

Certo i dati vanno sempre letti con cautela interpretativa, ma qualcosa vorrà pur ben dire. E qualcosa vorrà pur ben dire quell’ingenua descrizione di Biella come “città in cui si muore dentro”, che colta dall’autore tra le chiacchiere da bar di alcuni dei nostri ragazzi lo ha stimolato ad ambientarci una parte della sua storia. Allora ci siamo dimostrati incapaci di farci domande; adesso uno dei compiti di quest’osservatorio spero sia anche quello di porcele, partendo da un dato di realtà e non di mistificazione del reale.

Tra i dati di fatto delle statistiche, emerge anche che il fenomeno è più diffuso nei piccoli centri rispetto alle grandi città e che le zone montane sono più soggette alle “crisi suicidarie”. Alla faccia del nostro splendido, e miope, isolamento. Eppure, in “risposta” a Zerocalcare, c’era chi rivendicava come questo fosse un posto da “paesaggi incantati di un tramonto rosso fuoco, o di un bosco di faggi autunnali pieno di colori”. Speriamo almeno che la creazione di quest’osservatorio possa contribuire al suicidio dell’ipocrisia e alla nascita della presa di coscienza.

Vero è che il suicidio ha caratteristiche mutevoli e spesso imprevedibili nelle sue cause e concause. In alcuni casi presenta tratti patologici importanti, generalmente manifestati attraverso una evidente depressione, ma in altri l’intenzione corre sottotraccia della frustrazione personale, dell’incapacità o impossibilità di affrontare una determinata situazione di difficoltà. Sostanzialmente declinata nell’incapacità o impossibilità di chiedere aiuto, spesso per pudore o vergogna d’uno stigma sociale questo sì, duro a morire.

Il suicidio può anche, in casi estremi, essere scelta rispettabile. È democratico, perché di suicidi celebri ne abbiamo, ma in ogni caso resta da dire che non c’è niente di romantico in quel gesto: è solo drammatico. Lo è per il vuoto che lascia e che resta lì, accompagnato da domande prive di risposta che ne rendono difficoltosa l’accettazione. Perché van bene le statistiche, ma alla fine siamo tutti numeri primi. In solitudine.

 

 

Lele Ghisio

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