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Un sogno che compie vent’anni

Gli Sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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Un momento c’è stato, e l’abbiamo vissuto. C’è stato un momento in cui, come sempre, questo mondo era da cambiare. C’è stato un momento in cui, ancora una volta, qualcuno ci ha provato. Qualcuno ci ha creduto. Io, ci ho creduto. Non che la cosa andasse fatta di fretta, ma quel desiderio aveva a che fare con un futuro. Morto di lì a poco, crollato a settembre con le torri d’avorio di un mondo che avevamo cominciato a decifrare. Per noi generazione di mezzo, senza eroi da difendere e nemmeno una canzone, era l’illusione di un momento di verità.

Erano giorni di sole, giorni di mare. Giorni di appartenenze tenute insieme da una strana consapevolezza, di quando “fare rete” non era ancora così social. C’era festa e tanta musica. Trecentomila piccoli contro otto grandi. Un fiume di colore lungo le vie di una città di mare e zone rosse. L’ingenuità che scorreva nelle vene, nonostante le orecchie fischiassero forte di scontri e lotte impari. Dopo altre città di costa, messe in fuga da un lacrimogeno. Faceva caldo e c’era il mare, erano giorni di sole.

Adesso sono venti, la cifra tonda che piace ai ricordatari. Vent’anni tenuti in tasca, insieme alle altre sconfitte e ai dubbi rimasti tra le mani chiuse a pugno. Anche da qui, piccola città di provincia, erano partite le speranze: con autobus organizzati, con viaggi in treno disorganizzati, con auto private riempite di colori ci si è mossi dai nostri monti fino al mare di Genova. Per tornare esanimi e annichiliti da una violenza fuori scala e fuori da ogni possibile immaginazione. Vent’anni passati poi a contare le menzogne e i depistaggi, i processi e le verità negate. Vent’anni difficili da credere per chi non c’era e per chi non ci ha creduto, a quella speranza in quel mondo nuovo.

A quel tempo, già da qualche anno il movimentismo intrecciava le istanze e le competenze, riconoscendosi in un’unità d’intenti transnazionale difficile da credere possibile per la politica di allora. Per noi invece un altro mondo lo era, possibile. Genova non era certo una piazza fine a se stessa, ma portava con sé una visione di futuro assolutamente concreta, basata sulla negazione di un modello di sviluppo non più sostenibile e sulla necessità di ripensarlo. Parole che suonavano strane, ma che oggi sono sulla bocca di tutti e riempiono le pagine dell’agenda politica attuale e prossima a venire. Sarebbe come dire che avevamo ragione, e forse è così. Ma non vedo all’orizzonte un riconoscimento politico di quei giorni e di quei movimenti. Sono stati i giorni della gioia, del dolore, della morte e della menzogna. E oggi, al di là di torti o ragioni, restano le ipocrisie.

Stiamo assistendo al florilegio retorico dell’uso della parola “sostenibilità”, proprio quella che s’invocava allora e che oggi all’improvviso sentiamo declinata in Città della moda sostenibile, in Forum della sostenibilità per Biella Città creativa Unesco e in chiave di nuova residenzialità sostenibile e turismo pure sostenibile. All’epoca pacche sulle spalle in città e manganellate a Genova. Poco male, visto che si dice che è meglio tardi che mai. In mezzo a questi vent’anni persi restano però quel dolore e quelle menzogne, quell’Italia indifferente e quel comico che da quelle istanze pescò a piene mani per renderle banalità populiste a favor di movimento sì, ma il suo personale. Ora il cambiamento climatico si è fatto evidente, l’urgenza si è fatta più urgente ancora, e pure economia e finanza si sono rese conto che la sola logica del profitto fine a se stesso stava condannando il futuro delle prossime generazioni. Resta da vedere se è tardi oppure no. Resta da vedere se quelle che si fanno in giro sono solo parole vuote di significato oppure no.

Quindi, vent’anni dopo, testa alta e consapevolezza. D’aver vissuto l’intensità di un momento irrepetibile e aver camminato con altri lungo la stessa strada. Che da quell’estate non siamo stati mai più gli stessi, solo c’incrociavamo con le stesse domande negli occhi e nemmeno una risposta. Abbiamo vissuto vent’anni e Genova è rimasta un ricordo indelebile, di quando avremmo potuto cambiare il mondo, invece altri l’hanno cambiato male e il mondo ha cambiato noi. Restano i ricordi, senza nessuna nostalgia. Nell’animo una ferita che resterà aperta, per far posto a chi è rimasto solo un ragazzo. Steso a terra, in una piazza sull’orlo del mare. Effetto collaterale d’una strategia della mattanza, pianificata a tavolino con l’unico obiettivo di delegittimare il futuro che quella generazione aveva nella testa e nel cuore.

Lele Ghisio

 

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