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Quel lungo bacio che ci siamo dati in piedi dentro la fontana della stazione di Biella

Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

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Ora che l’eco dello spreco di metafore si è abbassato di qualche decibel e gli spacciatori di luoghi comuni hanno la gola secca, possiamo tentar di capire se quello concesso ai ragazzi della nazionale di calcio è stato un bagno di folla o un bagno di folli.

Paradossale ma vero che il calcio si nutra di parole e sia probabilmente lo sport più parolaio che c’è. Forse anche il più osservante di una serie pressoché infinita di riti scaramantici, che spesso sfiorano il ridicolo: capitani coraggiosi che si succhiano il polso più volte in diretta tv; calciatori che entrano in campo dopo mille segni della croce e una messa a terra della malasorte o che urlano parole rubate ad altre tradizioni scaramantiche per esorcizzare un calcio di rigore. E noi a reggergli il gioco (della scaramanzia, non del calcio) stando ben attenti a non cambiare postura rispetto alla vittoria precedente e mandando a memoria l’ordinarietà dei gesti per farne uno straordinario talismano collettivo.

Niente da fare: l’Italia è una repubblica fondata sul calcio. Anche se non siamo certo i soli: già negli anni ’80 del secolo scorso l’antropologo francese Marc Augé teorizzava il calcio tutto, mica solo quello italiano, come fenomeno religioso, e quindi in qualche modo legato alla superstizione e alla ritualità. La stessa che, a occhio, dovremmo mettere in campo ora, dopo la lotteria dei rigori, per la lotteria del Covid. Perché per i nostri bravi calciatori, anzi bravissimi, la Federazione aveva creato una realistica bolla all’interno della quale farli muovere senza rischi, in un campionato europeo caratterizzato dalla dissennatezza di renderlo itinerante e con stadi pieni di decine di migliaia di spettatori, in barba a ogni invocazione alla prudenza. Per noi, invece, i nostri amministratori hanno creato una fantastica (di fantasia, intendo) bolla ai piedi di un maxischermo in piazza Duomo.

Forse è proprio il caso che tutti insieme urliamo un Kiricocho al vento, che non si sa mai dopo la festa del droplet tricolore. Difficile comprendere come e perché uno spettacolo non possa avere più di mille spettatori (1.500 in deroga) mentre un evento sportivo, come le partite della Nazionale all’Olimpico di Roma, ne abbia potuti avere 18mila. Parecchie città hanno compreso come fosse quantomeno inopportuno istituzionalizzare un assembramento con i maxischermi; noi no, la nostra inossidabile coppia sindacale (il Sindaco e il suo vicetutto) ha invece colto l’irrinunciabile opportunità di un bagno di folla pro domo sua capitalizzando la piazza e la vittoria, testimoniato da imbarazzanti foto appese alle pareti dei social di riferimento. La responsabilità l’hanno intanto rimbalzata a noi.

In un video messaggio a social unificati prima della finale, il nostro Sindaco, in sospetta tenuta rosso Gabibbo e tra uno sbadiglio e l’altro, auspicava un “comportamento attento senza esagerare” che “con norme di prudenza e buon senso lo sconfiggeremo sicuramente” (il Covid, mica l’Inghilterra). Resta da capire quale sia stato il suo di comportamento attento, prudente e di buon senso nel generare un assembramento per poi dire fate festa senza farla.

Niente da fare, di nuovo: il calcio è l’unico assoluto di un Paese in cui tutto è relativo. Dopo le tirate psicanalitiche buone a spiegarci cosa il Covid ci avesse sottratto in termini di socialità, siamo sicuri che sia stata proprio questa la socialità negata e che ora ci siamo presi d’imperio per festeggiare una sacrosanta vittoria? O è solo necessità d’effimero; d’un urlo liberatorio che celebri una grande vittoria dopo oltre un anno di piccole sconfitte quotidiane?

Non importa la risposta, quello che è stato è già accaduto. Usiamo quel che resta della scaramanzia che ci ha aiutato a vincere quest’Europeo per sperare che questa gioia non venga soffocata dal peggiorarsi della situazione, che ancora non è risolta, e resti un ricordo unico e indelebile. Come quello che ho io: l’urlo della piazza del 1982. Che se mi chiedo cosa resterà degli anni ’80, non ho dubbi: quel lungo bacio che ci siamo dati in piedi dentro alla fontana della stazione, la notte di quell’11 luglio là.

Lele Ghisio

La rubrica Gli sbiellati di Lele Ghisio viene pubblicata tutti i sabati su La Nuova Provincia di Biella

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