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Portici Augusto Festa Bianchet, targa sbiadita come la memoria

Gli sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Viviamo un periodo in cui c’è ben altro da pensare. Capita di sentirselo dire ogni giorno e ogni volta che si prova a spostare il ragionamento nel tentativo di guardarci dentro. L’alibi e rifugio che si scuda del quotidiano e del contingente: una pandemia alla quale continuiamo a reagire in modo diffusamente scomposto e una guerra alle porte d’Europa; bollette al limite della sostenibilità economica familiare e la separazione di Totti e signora.

Forse è proprio per questo che l’esercizio della memoria è pratica virtuosa, propedeutica a capirci qualcosa di quel che siamo e perché. Ma non basta un lancio d’agenzia di poche righe, che fa pure qualche confusione sulla datazione, per fermare il tempo necessario a specchiarsi in una vetrina del centro e vederci, invece della nostra, la faccia dell’Augusto.

Non basta la contrizione di un istante per rimediare a ciò che resta senza rimedio.

Un anno fa, proprio da queste righe, avevamo preso la rincorsa per capire se c’era modo di ricordare meglio che vent’anni fa la nostra città era stata a guardare un uomo morire. Divisa come sempre, come qualsiasi opinione che si fa pubblica, tra l’indifferenza e il dolore. Tra l’omertà e l’indignazione, tra l’insofferenza e l’impotenza generate dalla cronaca di un assassinio brutale: come il sangue sul selciato da ripulire in fretta che qualcuno reclamava e una vicenda processuale controversa e raffazzonata che non si è mai fatta verità.

Vent’anni si fanno ricorrenza, cifra tonda del ricordo da celebrare nel tentativo di dare un senso anche a ciò che non ne ha. O almeno dovrebbe, almeno dovremmo. Invece ci facciamo bastare qualche coccodrillo e una frase di circostanza. Augusto Festa Bianchet, clochard dall’aurea romantica suo malgrado, ammazzato di botte una notte d’inverno. Lasciato a sanguinare sotto a un porticato con l’unica pietà di una chiamata anonima ai soccorsi, poi il silenzio di 13 ore di vuoto tra il ricovero e l’intervento delle forze dell’ordine, quando ormai era entrato in coma. Intanto le voci si rincorrevano e la sua taceva per sempre.

Adesso lì non c’è più nemmeno la Standa, rubricata al ricordo di un’epoca, ma resta una targa sbiadita come la memoria che dedica a lui quel portico e quel selciato. Posata nel 2007, fu l’unica occasione in cui vide a raccolta le istituzioni in quella che per lui era casa. In occasione del decennale una manifestazione spontanea lo ricordò poi in qualche modo, ma le istituzioni brillarono d’assenza.

Ora, il sindaco, interrogato in proposito recita a soggetto una frase di circostanza: «Una brutta pagina per il Biellese. Augusto era una persona che non faceva male a nessuno. A vent’anni da questa tragedia, peraltro irrisolta, come Comune organizzeremo un momento di ricordo». Il tempo declinato al futuro non lascia grandi speranze. Certo, “faremo…”. Per intanto del ricordo istituzionale non c’è traccia e l’Augusto resta un buco nella coscienza civile di questa città. “Bastardi, vigliacchi…” pare siano state le sue ultime parole ai soccorritori. Chissà se ce l’aveva con chi l’aveva aggredito o con tutti noi. Per intanto il sindaco non fa altro che sbandierare ai quattro venti l’intenzione di procedere al restyling di piazza Vittorio Veneto, proprio quella di fronte ai Portici Festa Bianchet. E forse pensa che il suo ricordo non faccia poi così bene alla gentrificazione annunciata.

L’Augusto era l’incarnato del sogno bohémien che nascondiamo sotto al cuscino, quello di mollare tutto per non avere niente e sopravviverci. Ma era anche un soggetto difficile: alle case dai soffitti senza stelle che gli venivano offerte lui preferiva la strada. Nonostante il freddo, nonostante le botte che ogni tanto prendeva. Perché quella di cui parliamo è solo stata l’ultima volta, ma non di certo la prima.

L’Augusto era figura imprevedibile nei movimenti, che a volte si facevano repentini e di difficile interpretazione. E allora poteva anche mettere paura a certe anime belle, timorose d’ogni diversità. A volte declamava ad alta voce i suoi deliri e rivelava così i suoi fantasmi, esorcizzava così il troppo silenzio delle cose.

Chissà cosa sarebbe stato di lui, in un altro mondo e un’altra vita senza quell’accadere. Amato, odiato, tollerato, ignorato. Chissà come lo descriveremmo noi ora, senza la sua assenza. Sulla sua morte si sono ormai perse anche le leggende e le ipotesi. Resta il ricordo di un povero cristo senza fedeli, il cui sangue è stato trattato come sporcizia da lavare in fretta. Ma di una cosa possiamo essere certi: quei portici gli apparterranno per sempre.

 

Lele Ghisio

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