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Noi speriamo che se la cava

Gli Sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – Arieccoci. Capita spesso di doverci ripetere, di dover riprendere concetti già espressi e notizie già approfondite per ragionarci ancora su. La vita di provincia è questa qua: guardarsi intorno per vedere che succede, e spesso non succede nulla. Di nuovo – almeno – che non sia rigurgito del vecchio, che si ripropone come i peperoni intinti la sera prima nella bagna cauda, il rito consumato a casa di amici spettegolando stancamente tutto il possibile. E allora a ogni elezione – politica – riparte la tiritera sui politici locali: di casa, di nascita, acquisiti, di passaggio, morosati qui, capitati per sbaglio, con ascendenti genealogici in qualche dintorno. Prima in qualità di candidati, poi di eletti o trombati.

Se ne parla sempre con le stesse ingenue aspettative, retorica della speranza di un territorio ai margini. E mentre se si può comprendere rassegnati la retorica corrente di quando, in qualità di candidati, si leggono e si ascoltano i triti buoni propositi di attenzione verso i nostri interessi, immancabili a ogni campagna elettorale e distribuiti a piene mani tra slogan assertivi e foto in posa, molto meno comprensibile risulta l’ingenua aspettativa che dicevamo, e che segue la loro elezione, in merito all’elenco dei desiderata del territorio destinati a venire quasi sempre disattesi nella legislatura che verrà. Un elenco di raccomandazioni che ricordano quelle di mamma alle nostre prime uscite solitarie dell’infanzia: mi raccomando, copriti bene che fa freddo. E tornavamo sudati marci. C’è da capirci: ci tocca d’esser fieri d’ogni luce riflessa, non brillando particolarmente di quella propria.

La genesi di questa riflessione – e non mi riferisco alla luce – è facilmente riconducibile alla recente designazione a ministro di uno di questi politici locali. Tecnicamente nostro a metà, perché, pur essendo di origini biellesi, all’ultimo giro era candidato nel collegio di Chieri-Moncalieri. Chissà se anche lì hanno, al riguardo, le stesse e legittime ingenue aspettative. O se sono risentiti come lo eravamo noi, quando il nostro collegio era terra di conquista di politici d’altre lande. Non è che tutto il mondo è Paese, è che tutta la provincia è provinciale.

All’ultimo giro di giostra su cinque parlamentari locali ne abbiamo persi un paio. Anzi, perse. Perché erano donne, e forse non è proprio un caso. Comunque c’è chi ha titolato, con sommessa aria festevole, che il Biellese, per la prima volta, ha un proprio ministro dopo Pella Giuseppe, che lo fu nel secolo scorso ben più di una volta. Niente, non ce la si fa: la ministra dell’Istruzione del Conte bis era ed è percepita come un corpo estraneo alla città, anche se qui viveva e lavorava. Insomma abbiamo accolto fieri la notizia di un biellese doc al governo.

Politico lungocorsista ben noto qui, ma ben poco fuori. Professionista del bassoprofilismo comunicativo, poco gli importa l’apparire quanto l’esserci. Il che non è pregio e nemmeno difetto, più che altro attitudine rara di questi tempi. Esempio di fedeltà alla bandiera – la sua – che l’ha premiato a fasi alterne a seconda dell’umore del capo. E se Pella Giuseppe negli anni fu ministro più volte, lui lo è stato per due ministeri nel giro di un paio d’ore.

L’impressione che però se ne ricava è che un ministero valga l’altro e che un ministro vale l’altro. Tanto che lui, derogando alla sobrietà che lo caratterizza, dichiara a favor d’agenzia indifferentemente per l’uno o per l’altro i propri ringraziamenti come se fosse procedura normale. Aggiungendo, di suo pugno via pagina social, “io speriamo che me la cavo”. Che funziona per uno scolaretto delle elementari, ma che per un ministro è proprio poco. Anche se il tentativo è quello di fare lo spiritoso restando umile.

“Io speriamo che me la cavo” non è una buona prospettiva per nessun ministro, dopo aver sorriso spesso sulle trovate degli accoliti di un comico e aver istituito un ministero anche al merito. Difatti, sempre nel giro di qualche ora, è stato di fatto commissariato affiancandogli il ministro precedente per ragioni di Stato: soluzioni tecniche a esigenze politiche.

Comunque al nostro ministro non è bastato il corso formato Bignami prima e durante l’immediata trasferta europea, mostrando come fatichi a cavarsela anche solo con un paio di dichiarazioni, apparentemente innocue ma fuori luogo. Il Ministro della Sicurezza energetica, tema caldo d’attualità che incide sul nostro quotidiano vivere, fatica a dare mostra di credibilità se non conosce nemmeno l’acronimo del mercato del gas e di lui si fanno beffe i media nazionali. In ogni caso, poiché la speranza è l’ultima a morire e aneliamo a un inverno mite, anche noi speriamo che se la cava.

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