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Nello spazzare la polvere sotto il tappeto siamo tutti d’accordo

Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

coronavirus

La nostra è una città spontanea. Che sembra dormiente, e in effetti lo è, ma che si risveglia d’improvviso. Magari un pezzo per volta e non tutta insieme, ma quando lo fa, oltre alla sveglia suona la carica. A questo giro la carica è quella dei 500.

Tante quante sono le firme raccolte dagli “abitanti” di via Ivrea per opporsi al trasferimento della sede dei Servizi per le Dipendenze patologiche (Serd) da via Delleani all’antico macello comunale. Lo fanno anche forti del fatto che il tema era stato tradotto in slogan da campagna elettorale dall’Amministrazione in carica. Che ora, però, scarica il barile sulla Regione a cui, in effetti, spetta la decisione, essendo di sua competenza attraverso la locale Azienda sanitaria.

Ora, non sarò certo io a suggerire quale sia la miglior soluzione per il servizio territoriale in questione, ma sono certo che sia un servizio prezioso per la comunità. L’impressione che ne ricavo dagli spazi che i giornali locali dedicano alla vicenda, ospitando sia le tesi dei 500 che quelle dell’Asl, è che il Serd sia frequentato da cittadini “brutti e cattivi” e così sia percepito, e non come un servizio necessario ad affrontare certe patologie: perché di questo si tratta. Un servizio di cui si auspica l’invisibilità, da trattare come la polvere da nascondere sotto il tappeto. Perché il disagio è brutto da vedere. Pericoloso in potenza, a volte con ragione, ma più spesso secondo – è il caso di dirlo – luoghi comuni piuttosto banali, legati alla realtà delle tossicodipendenze anni ’80.

Da allora le cose sono cambiate e di parecchio: già qualche anno fa il responsabile del centro dichiarava che almeno il 40% degli utenti lo frequentava per problemi legati all’alcolismo, la droga con il più alto costo sociale. Nel tempo si sono aggiunti fenomeni come il consumo di cocaina, la dipendenza da gioco d’azzardo e il tabagismo. Altra polvere da sistemare sotto il tappeto, ma che a vederla non si direbbe poi così inguardabile e ingestibile. E da bravi cittadini facciamo magari finta che proprio non esista: a quella non siamo così allergici e il decoro resta salvo.

Per spiegarmi meglio ho però lasciato indietro, paradossalmente, la spiegazione di un precedente virgolettato quando parlavo di abitanti. In realtà la protesta, che viene definita dai protestatari spontanea e non politicizzata, a detta dell’avvocato che se ne occupa viene esercitata da cittadini abitanti della zona, esercenti, genitori dei giovanissimi alunni delle scuole di via Ivrea. Le motivazioni, di cui alcune francamente un po’ ridicole, comprendono: l’elevata densità commerciale, la presenza di due supermercati e una farmacia, la Lilt, il fatto che sia una via di grande transito e quindi i veicoli un pericolo per gli utilizzatori (!), la loro privacy.

Che tutto ciò lo elenchi l’avvocato, senza specificare che la farmacia sia quella di famiglia, mi suscita però qualche perplessità, fatto salvo il suo diritto a lamentarsi. Sia chiaro: anche gli abitanti di via Delleani si sono spesso lamentati, più o meno con le stesse giustificazioni. Nello spazzare la polvere sotto il tappeto siamo tutti d’accordo.

Alla proposta dei 500 di trasferire il Serd in un’ala dell’Ospedale, l’Asl ha risposto picche, giustificandosi con il fatto che questo è un “servizio fortemente integrato sul territorio”. Perché questo servizio si occupa, principalmente, di assistenza e reinserimento nella vita sociale. Uno di quei servizi di cui la città dovrebbe andare orgogliosa e sentirne la necessità, e non definire inaccettabile la resistenza dell’Azienda sanitaria. È certo un servizio che va gestito con la dovuta cautela, sia per gli utenti che per i cittadini del quartiere, ma non possiamo far finta che anche quel disagio non sia un prodotto di questa città. E averne un occhio di riguardo, invece di rifiutarlo, darebbe un senso all’essere comunità.
Lele Ghisio

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