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Mi scappa la pipì (papà)

Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

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Non è facile raccontare questa città attraverso le idiosincrasie, i malumori e le distorsioni prospettiche di chi, a forza di viverci, ne ha assunto anche l’immaginifica fisionomia dispensando pochi sorrisi e vari lamenti. Capita spesso, però, che certe alzate d’ingegno al contrario suscitino un riflesso inconscio che dispiega, agli angoli della bocca, l’accenno a uno di quei sorrisi rari, ma ilari.

Ci si chiede come sia possibile, anche se la risposta è quella di sempre: siamo la provincia italiana, ma alla periferia di sé stessa. Uno di quei posti di confine tra reale e immaginato, ben lontani dal luogo incantato delle favole. Forse perché alla vita dura ai piedi della montagna abbiamo sostituito, nel tempo, quella del ritmo dei turni in fabbrica. In ambienti oscuri e poco salubri, densi di rumori, vapori e odori ne abbiamo assecondato e assimilato il carattere: il sorriso è tempo sottratto alla seriosità del lavoro duro e necessario; quello liberato lo è per il riposo funzionale.

C’era poco da ridere e forse solo qualcosa per cui sorridere. Adesso che quei tempi e quelle fabbriche se ne sono andati o sono cambiati, noi fatichiamo a farlo. Disperdere le nostre nuove generazioni altrove ci è sembrato, e ci sembra ancora, l’unica soluzione possibile. Affrontiamo sconsideratamente un processo migratorio che svuota di senso il futuro della città.

Capita di sentire parlare di turismo, giusto per raccoglierne le briciole di una specificità spendibile a quel mercato, ma non ne abbiamo mai avuto la vocazione. Ci mancano i fondamentali, e uno di questi è senz’altro la cultura dell’accoglienza. Repressa da oltre un secolo di fiero isolazionismo, non è dote che si mette insieme all’improvviso, cosa che s’insegna o si apprende con la didattica. Ci vuole tempo, e restano parecchi chissà nella speranza.

Credo sia per questo che ci sfugge il reale significato di un dibattito, pubblico sui bagni anch’essi pubblici, nonostante ci si increspino le labbra in quel sorriso che dicevamo. Abbiamo avuto assessori picconatori di vespasiani che, in nome del decoro, nel 2009 abbatterono quelli a garitta rimasti a baluardo delle necessità fisiologiche di chi bazzicava il centro. Senza provvedere a sostituirli.

Abbiamo avuto una schizofrenica opposizione che all’epoca interrogava in merito e poi, quando le è toccato amministrare, ha destinato altrove i soldi previsti per l’allestimento di nuovi bagni pubblici tecnologici. E, nel tempo, cittadini che lamentavano le pisciate selvagge che la vita notturna dei più giovani rendeva urgenti, sommate agli effetti di prostatiti diurne tra i differentemente giovani. Senza mai affrontare un sano dibattito, pubblico, su come e perché la disponibilità di bagni, anch’essi pubblici, siano indice di civiltà.

Quello che ci era rimasto, da questa fine battaglia ideologica, era l’albergo diurno in piazza Vittorio Veneto. Affidato, nel 2019, in gestione a una cooperativa da questa amministrazione e rimasto chiuso dai tempi del Covid. Ora, in previsione del restyling di piazza Vittorio Veneto, l’assessore competente – so che detta così fa un po’ ridere – dichiarando di volerlo trasformare in bar sostiene che: “Non è un bel biglietto da visita per la nuova piazza”. E tira in ballo, potere dell’immaginazione al confine con la megalomania, un azzardato paragone con piazza San Marco a Venezia.

Sulla quale insistono però ben due alberghi diurni (Diurno S. Marco e Giardini Reali S. Marco) con la disponibilità di almeno una sessantina di wc (compresi di fasciatoi e accesso per disabili). Per non parlare del resto della città, che dispone di un totale di circa 400 toilettes pubbliche con tanto di sito dedicato, mappatura disponibile e QR code per una rapida identificazione. Così come, altrove, gli alberghi diurni vengono restaurati e resi disponibili a turisti e cittadini, oltre a offrire un’occasione di rinnovamento dell’arredo urbano. Questo quando si vuole essere turistici e accoglienti.

Capisco che possa creare imbarazzo farne elemento di campagna elettorale, ma il servizio pubblico – in questo caso, letteralmente – è proprio questa cosa qui, anche in tema di bagni pubblici. Vero che i tempi cambiano – le esigenze non tutte – ma il fascino degli alberghi diurni del ‘900, quelli dotati di docce e servizi alla cura della persona, in alcuni casi è preservato e in alcune città vengono riproposti come itinerario turistico o sede di eventi culturali. Noi, i bagni pubblici cittadini di via Arnulfo, li abbiamo demoliti nel 1988 e ci abbiamo fatto un parcheggio.

Se proprio ci scappa ci tocca confrontarci con l’imbarazzo di entrare in un bar e ordinare un caffè a caso; perché un locale pubblico non è un bagno pubblico. Insomma trattiamo i bisogni fisiologici come altra polvere da mettere sotto al tappeto, solo che questa non è esattamente polvere e, dopo un po’ sotto al tappeto, potrebbe puzzare.
Lele Ghisio

1 Commento

1 Commento

  1. Pier Giovanni Malanotte

    26 Settembre 2023 at 11:35

    Bene l’articolo.
    Nelle pagine del giornale ho letto ab immemorabili ed ad intervalli annuali l’imminente nascita della novella piazza.
    Finora nulla.
    Pertanto il passato mi fa pensare inutile il discutere del bagno pubblico : resteranno tali e quali come oggi bagno e piazza.

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