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Luigi Apicella: “Fate qualcosa se no chiudiamo tutti”

Il grido di dolore del popolare ristoratore

Gentile Direttore,
cosa significa fare ristorazione oggi ai tempi della pandemia? Cosa significa oggi avere un’azienda, dei dipendenti, dei fornitori, scadenze in essere, investimenti già fatti, il proprio nucleo famigliare quasi interamente coinvolto in questa attività che svolgo a Biella dal lontano 1978 e trovarsi di colpo praticamente a terra?
Ovvio che l’intento di questa mia lettera è quello di fornire la mia testimonianza di fronte a questa crisi, consapevole che tante sono le realtà di negozi e imprese che stanno “tenendo duro” ma che non sanno quali saranno gli scenari futuri se non si adotta, al più presto, un piano per la ripresa, seppur nel rispetto delle indicazioni sanitarie e della tutela del personale.
Se dovremo convivere con questa realtà, per il periodo di tempo necessario occorrerà attrezzarsi per farvi fronte: chiudere tutto, ma con le solite eccezioni all’italiana, finché non si troverà una soluzione definitiva significa mandare a carte e quarantotto il Paese le cui basi sono da sempre le piccole e medie imprese.


Quali soluzioni dunque? Con il primo decreto del governo  facevamo ristorazione solo nella pausa pranzo con chiusura  alle 18 e, dopo, solo servizio a domicilio. Naturalmente in quella fase, per far rispettare il metro di distanza tra i clienti, abbiamo dovuto ridurre i posti nel locale del 70 per cento.
Dal 13 marzo, invece, chiusura totale e possibilità di potere fare esclusivamente servizio a domicilio. Per i primi 15 giorni siamo stati chiusi, i costi gestionali non venivamo ripagati da questa modalità.
Allungandosi i tempi di questa crisi abbiamo dovuto adattarci alla “nuova realtà”, reinventandoci il lavoro, consegnando a domicilio, ma con una riduzione pressoché totale del nostro personale al momento quasi per intero a casa e in cassa integrazione.


Il problema vero, sono i costi fissi (oltre a luce, gas, anche i contratti triennali col Comune per l’uso dei dehors ad esempio) uniti alle ipotesi di riapertura del nostro segmento che ci vedrebbero a quanto sembra “tra gli ultimi” a tirar su le serrande
Se così sarà, i dipendenti staranno in cassa integrazione all’infinito? Per i costi fissi che abbiamo pagato ma non utilizzato c’è una possibilità di rimborso, di esonero?
Come per la tassa dei rifiuti occorre non dilazionare di due mesi il pagamento a SEAB, occorre un ragionamento complessivo con le istituzioni a vario livello per rivedere le regole commerciali che non possono essere quelle dei periodi di normalità.


Serve in tempi brevissimi studiare una terapia d’urto per le attività commerciali e artigianali, senza discriminazioni.
Lo dico “diretto”: se posso uscire per andare al supermercato a fare la spesa, in farmacia, alle poste, al lavoro, perché non posso, essendo già in giro per esigenze di necessità, prenotare, ad esempio, dei piatti al ristorante e passare a ritirarli come una normale spesa? E’ una ipotesi tra le tante fra le tante, ma sarebbe un primo passo, un aiuto concreto per consentire a tutti gli operatori del settore di vedere un barlume di speranza, di svolgere il proprio lavoro nel rispetto delle regole vigenti.


Diversamente io, come tanti altri, saremo costretti a licenziare il personale, a chiudere bottega. Non è una minaccia, è un grido di dolore per un intero settore al collasso.
Luigi Apicella

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