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L’irriducibile renitenza biellese

Gli sbiellati: una rubrica per tentare di guardarci allo specchio, e non piacerci

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BIELLA – Viviamo tempi difficili, peraltro immersi in una situazione totalmente disconosciuta a chiunque si sia trovato ad abitare questo pianeta in questo periodo pandemico. Anche se in passato ci si è confrontati con infezioni ed epidemie di pur larga diffusione, la relativa mobilità delle persone circoscriveva il fenomeno per aree geografiche più o meno vaste ma non globali. Lo sviluppo tecnologico dei mezzi d’informazione ha poi facilitato, oggi rispetto ad allora, la rapida diffusione di notizie e falsità, informazione e disinformazione, compresa quella di risibili teorie cucinate digitando compulsivamente nei salotti di casa.

Sarebbe curioso ora, e forse anche di qualche utilità, sbirciare nei gruppi Facebook dei monatti o leggere sul display di uno smartphone le cronache dal lazzaretto per poi accusare il Tribunale della sanità di dittatura sanitaria.

Ma forse basterebbe rileggersi i capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi, per farsi un’idea di quelli che sarebbero stati i loro post. Comunque, in mancanza di quelli originali, un gruppo in particolare ha attratto, in questi giorni, la mia attenzione per ovvie ragioni anagrafiche: quello de “I cinquantenni che non mollano”, nato lo scorso settembre tra un gattino e l’altro come “Sciopero generale dei consumi” e rapidamente aggiornato all’inizio di quest’anno pandemico terzo per stare al passo dei decreti ministeriali.

Conta tremila e rotti iscritti, con un’attività editoriale di un migliaio di post solo nell’ultimo mese. Tra questi, mischiata a varie e noiose amenità in odor di complottismo e disagio manifesto, spunta una foto della coda di cittadini alla caserma dei Carabinieri di Biella per presentare una denuncia. Una ventina di biellesi fieramente distanziati, in fila per denunciare Draghi e tutto il Governo. Senza il minimo senso del ridicolo, senza nemmeno una briciola di autoironia. Con l’invidiabile convinzione della loro irragionevole irriducibilità da ribelli al sistema, paladini di una libertà a loro modo di intendere e di volere. La situazione è grave ma non è seria, parafraserebbe sé stesso Flaiano.

Si sono scaricati dal web le nove pagine del testo della denuncia, predisposta da un avvocato genovese vicino all’Italexit di quel parlamentare televisivo più volte ex di altre formazioni politiche, l’hanno firmata e si sono messi in coda, come in coda si sono messi ad altre iniziative nazionali di dissidenti vari e assortiti. Per il Presidente del Consiglio e i suoi ministri chiedono una punizione per aver violato l’articolo 610 del Codice penale perché, tra le varie accuse in tema di green pass, “Il divieto al lavoro, incidendo sulla stessa possibilità di sopravvivere di un individuo, equivale nei fatti a una sorta di pena di morte indiretta, o si cede al ricatto o non si può sopravvivere”. Si sono inventati la pena di morte indiretta, quella da green pass.

Intanto, in giro per l’Italia, s’inventano anche la morte per correlazione al vaccino di una giovane insegnante di Biella, morta però ben prima dell’inizio della campagna vaccinale: qui forse l’avvocato del padre avrà più successo, nel denunciare la strumentalizzazione. Nel frattempo, gli amici del sabato pomeriggio, quelli che si ritrovano a manifestare sotto al cappello del fantomatico e blasfemo “Coordinamento gruppi resistenza biellese” scoprono il piacere della lettura e protestano a lume di candela di fronte alla biblioteca cittadina. Una quindicina di diversamente giovani (il lancio citava i “giovani” del Coordinamento) si sono seduti a leggere nello spazio di fronte alla Biblioteca per manifestare il loro dissenso non si sa bene a cosa, visto che i prestiti sono comunque garantiti, per green pass muniti e per scimuniti senza. Tanto da giustificare pure un perplesso intervento dell’assessore interessato.

“La biblioteca è un luogo di aggregazione, di confronto, di crescita” sostengono, tutte iperboli perché ci vogliono entrare, mica solo prendere i libri in prestito. Quindi il problema non è il servizio, che è comunque garantito. C’è solo da chiedersi se ci siano mai entrati prima. In ogni caso questa è una protesta che potrei appoggiare. Anzi, verrei pure io a leggere qualcosa, a patto che non sia per rivendicare strumentalmente un diritto che non è mai stato negato se non nel modo che loro lo intendono. A patto che sia davvero per fare della Biblioteca civica un luogo di aggregazione, di confronto e di crescita. E per farlo si provveda ad ampliare il più possibile gli orari di apertura: non che sia chiusa il sabato e la domenica, che per tre giorni la settimana chiuda alle 16 e che ad agosto resti chiusa una mesata. Ecco, per questo potrei anch’io unirmi alla manifestazione, non per far entrare i renitenti al vaccino. Altro che resistenti.

 

Lele Ghisio

1 Commento

1 Commento

  1. Angelo

    25 Gennaio 2022 at 18:33

    Banda ad batusi

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