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La storica matita di Diabolik ospite in città

Giuseppe Palumbo: «Ai giovani fumettisti consiglio di restare se stessi»

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Giuseppe Palumbo, storica matita di Diabolik, è stato uno degli ospiti del Festival Nuvolosa di Biella. In un proficuo dialogo con Andrea Cavaletto, che si definisce con ironia Il Cattelan del fumetto, sono entrati subito nel vivo della materia: dalle pagine di Frigidaire e Cyborg, dove vive uno dei suoi personaggi più noti, Ramarro, il primo supereroe masochista, alla fruttuosa collaborazione con l’editore Sergio Bonelli e Alfredo Castelli con storie di Martin Mystére.

Durante l’incontro non mancano lucide riflessioni, come quella sul ruolo storico dei fumetti nella diffusione della controcultura, oggi veicolata con altri canali dispersivi come i siti online. Controcorrente rispetto ad un contesto più omologativo come quello in cui viviamo è Zero Calcare, che l’autore definisce un esempio di emersione dall’underground verso il mainstream.

La popolarità per Palumbo arriva soprattutto con Diabolik. «Ho avuto tanta fortuna – confida con modestia – il mio è uno stile irregolare, difficile da incastrare, ma ho avuto l’opportunità di esprimermi perché il progetto editoriale di Diabolik è stato costruito insieme a me».

Sulle serie animata, ha le idee chiare: «Si allontana molto rispetto ai fumetti in quanto pensata per un target di bambini e ragazzi, ma quella operazione, per quanto edulcorata, ha svecchiato il pubblico». Diversa la questione relativa alla trasposizione cinematografica a opera dei Manetti Bros: «Loro sono dei grandi lettori di fumetti, non si sono omologati all’idea di cinecomic, diffusa dalle grandi produzioni come Marvel. Personalmente quando sono andato al cinema mi sono molto divertito perché mi sembrava di sfogliare un fumetto, gli affezionati si sono sentiti a casa, ma sullo spettatore che non ha mai letto Diabolik può avere un effetto straniante».

L’autore ricorda le sue prime difficoltà nel mondo dei fumetti: «Ho ritrovato in questi giorni una recensione, che uscì sulla rivista Fumo di China, del primo libro di Ramarro pubblicato da Frigidaire in cui c’era scritto “Palumbo si vede che è un autore con delle potenzialità, peccato che le sprechi”. All’epoca avevo 20 anni e inevitabilmente c’erano delle ingenuità, che però ritenevo dovessero essere presenti per denunciare una banalità imperante che prima con la tv commerciale e poi con i social si sta conclamando». «Tutt’ora ho i miei detrattori, mi massacrano, dicendo che dovrei fare i manga, come se fossero di poco pregio e come se non ne avessi mai fatti, tra l’altro».

A conclusione lancia un messaggio ai giovani che vogliono intraprendere una carriera in questo mondo: «Il consiglio che vale sempre è quello di essere sé stessi; ciò non significa essere un’isola, ma piuttosto un arcipelago, trovando altre isole in cui si possano creare delle reti, che è la cosa più importante. Iniziate a partecipare i concorsi, a far vedere chi siete e al contempo cercate il vostro habitat, l’editore giusto, gli altri autori con cui collaborare e la comunità in cui far crescere il vostro stile. I fumetti si fanno in banda e non da soli».

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