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«La sensazione è che non si tornerà mai più alla scuola di prima»

Antonella Stefanuzzi è stata docente in diverse scuole superiori e racconta la sua personale esperienza in questi anni di pandemia

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COSSATO – Antonella Stefanuzzi è stata docente di lingue, dal 1987 fino a settembre 2021, in diverse scuole del Biellese, dall’Itc “Adriano Motta” di Mosso, all’Istituto Alberghiero “Zegna” di Trivero, all’Itis “Quintino Sella” di Biella e al Liceo del Cossatese, vivendo il periodo del lockdown, del confinamento, che definisce “notevole”.

«Gli ultimi due anni, con l’introduzione della dad, la didattica a distanza, il modo di insegnare è stato stravolto – spiega -. Mi sentivo lontana non dai ragazzi, che mi mancano moltissimo, come pure l’insegnamento, ma dalla dad, che è stata un’esperienza notevole. Nell’arco di tre giorni ci siamo ritrovati a riorganizzare tutto, diventando dei tecnici informatici, trasformando quelle che erano certezze in incertezze. Il periodo corrispondeva con la pausa di carnevale e saremmo poi dovuti rientrare a scuola, invece iniziava il lockdown. È stato un ritrovaci fra di noi insegnanti via computer per fare il punto, seguendo le indicazioni della dirigenza. Abbiamo cercato di dare un senso a quanto stava accadendo, un periodo in cui dovevamo comunque insegnare le nostre discipline e fare da cuscinetti in una fase di transizione che neanche noi conoscevamo. Ai ragazzi mancava la nostra presenza. Non è stato uno scherzo trasmettere serenità, iniziando le lezioni con un sorriso, trasformando le attività in modo che fossero fruibili da casa. Quello che era il mio punto di forza nell’insegnare, l’attività a due, “pair work”, in cui partendo da uno spunto sviluppavo un discorso girando fra i banchi, non lo era più. Cercavo di mantenere la lezione vivace, ma era mutilata dai limiti della situazione».

Un importante cambiamento ha riguardato anche le verifiche online.
«Vivevo al computer – prosegue -. I ragazzi mi inviavano le attività, le correggevo e le rimandavo a loro, dando la sensazione che ci fossi, che fosse tutto serio. L’anno successivo, che per me è stato l’ultimo, avevamo ormai imparato tutti a utilizzare gli strumenti tecnologici. Il disagio riguardava il continuo up and down, il continuo stare a casa e tornare a scuola, cambiando ogni volta l’organizzazione e l’orario».

Negli ultimi due anni, ritiene che sia cambiata la preparazione dei ragazzi? Quale futuro si prospetta per loro?
«Al liceo non si è perso neanche un minuto di lezione. Non penso che nella scuola l’abbassamento di livello sia stato avvertito. Forse i ragazzi hanno sentito un overdose di lavoro. Ogni scuola si è data delle direttive e l’impatto sugli studenti è certamente stato diverso. Sono anni di transizione. Ho la sensazione che in qualche modo non torneremo più alla scuola di prima. Qualche effetto positivo la dad l’ha avuto, ha influenzato il modo di lavorare del corpo docente e il modo di fruire dei ragazzi. Un punto fermo è che la pandemia, dal momento in cui ne usciremo, potrebbe sempre ripresentarsi e determinate strategie saranno già pronte. Auguro comunque che si possa ritornare a una scuola in presenza. Per gli studenti l’aspetto relazionale, la dinamica della classe, della vita a scuola, sono basilari. Sono aspetti mancati e mi spiace moltissimo. Il condizionamento dell’esperienza dad, però, rimarrà. Ci sono due classi, che sono una mia spina nel cuore, perché dopo averle seguite per quattro anni, con il mio ritiro, le ho un po’ abbandonate, e anche a loro un pezzetto di adolescenza è stato tolto. L’ho notato da come reagivano in modo diverso in dad e in presenza. Per loro sono anni di luce, bei ricordi che invece non potranno avere. Il computer, per me, è uno strumento, anche leggermente ostile, ma anche per loro nativi digitali è uno schermo, non è l’aspetto relazionale. Quando ci siamo ritrovati in presenza, i ragazzi sono stati fantastici, hanno accettato le regole con maturità. Davvero notevole la serietà con cui hanno affrontato il problema. Un grosso riconoscimento va a loro».

 

Anna Arietti

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