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Intervista a Franca Galeotti, la nota ristoratrice del Favaro: «Ho iniziato a lavorare a sette anni»

«Sono nata 82 anni fa, i miei genitori gestivano un ditta tessile, ma io fin da bambina amavo il mondo della ristorazione»

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BIELLA – Dopo una breve pausa estiva, riprende il nostro emozionante e meraviglioso viaggio tra gli anziani del Biellese. Su ogni numero del nostro bisettimanale, raccontiamo una nuova storia, sempre diversa. Se anche voi, volete essere intervistati scrivete a direttore@nuovaprovincia.it o contattate la nostra redazione al numero: 015/32383 o ancora telefonate al nostro redattore Mauro Pollotti 346-7936093.

Questa volta il taccuino si è aperto a casa di Franca Galeotti, classe 1939. Ha atteso il nostro arrivo nel suo rinomato ristorante “Una Franca” al Favaro. Sorridente come sempre con sulla testa l’inseparabile cerchietto con sopra una galla nera.

«Come stai? Ha esordito alla vista del giornalista -, è un po’ di tempo che non ti vedo, ti sto antipatica?». Poi è scoppiata a ridere conscia della sua innata ironia.

Franca, è risaputo che le tue origini sono mantovane, dove sei nata?
«Nella modestissima Biella, ma mio papà Enzo e mia mamma Dea erano nati a Mantova».

A febbraio di quest’anno hai festeggiato le tue 82 primavere. Che ricordi hai di quand’eri bambina?
«Stiamo parlando di ottant’anni fa. I miei genitori avevano una ritorcitura tessile commerciale. Si viveva lavorando, non c’era nulla se non qualche piccolo divertimento. L’anno dopo la mia nascita scoppiò la seconda Guerra Mondiale. Finì quando avevo sei anni, quindi qualche ricordo seppur offuscato esiste ancora nella mia memoria. Vivevamo al Favaro, a pochi metri dalle cave. Ricordo i militari in divisa che salivano verso Oropa sparando colpi in aria, consci che in quella zona c’erano i Partigiani. In quel tempo io facevo la prima elementare, quindi tutte le mattine uscire di casa per andare a scuola avevo paura».

Che ricordi hai dei tempi della scuola?
«Non molto belli, non so se si può dire, ma io lo dico lo stesso. Alle elementari c’erano le suore ed erano molto cattive. Si arrivava a casa, pranzavamo e poi subito al lavoro. I miei genitori mi mettevano davanti ad una macchina che lavorava la lana. Si chiamava Pincos. Avevo solamente sette anni, ero molto piccola, ma una volta si iniziava ad avvicinarsi nel mondo del lavoro molto presto. Nella mia mente riaffiorano anche dei bei ricordi, come quando la mia mamma mi accarezzava. Era una donna unica. Le ho voluto un bene dell’anima. Quando arrivavano le feste natalizie faceva tanti sacrifici per comperarmi i regali. Ero talmente contenta che mi veniva il nodo in gola. Altro che ai nostri giorni, nulla più viene apprezzato, vedo i bambini con i telefonini in mano, non riescono più ad assaporare la semplicità, lo stare insieme. Tutto è cambiato».

In meglio o in peggio secondo te?
«Se guardiamo sotto l’aspetto dell’agio certamente in meglio, ma per quanto riguarda l’unione no. Una volta si stava tutti insieme, si rispettavano le regole ma allo stesso tempo ci si voleva bene. Ora purtroppo, forse per via della tecnologia tutto è diventato più scontato, leggo nei visi della gente solo tanto stress».

Poi arrivò l’amore. A che età sei convolata a nozze?

«Avevo 25 anni. Mi sposai con Franco Novaretti. Dalla nostra unione nacquero Roberta e Camilla. Loro sono la mia vita. Poi purtroppo mio marito venne a mancare quand’era ancora molto giovane».

Prima di intraprendere la strada della ristorazione hai lavorato anche nel mondo dell’abbigliamento giusto?
«Si. Ho gestito per molti anni la boutique Kenzo di via Pietro Micca. Era un grosso negozio che si affacciava sulla strada con ben dieci vetrine.

Dal tessile al mondo della ristorazione. A che età hai capito che la tua vita doveva essere tra i fornelli?
«Ci terrei a precisare che sin da bambina nutrivo tanta passione per la cucina. Avevo circa 45 anni quando mi chiesi se era il caso di lasciare il negozio per aprire un ristorante. Decidetti di dare vita all’Una Franca. Alla fine il mio intuito mi ha dato ragione. Questo ristorante mi ha regalato veramente tante soddisfazioni. Dopo qualche anno sono entrate anche le mie figlie. In oltre trent’anni di carriera ho conosciuto tantissima gente. Amo i nostri clienti, sono tutti amici. Un paio di anni fa ho lasciato il testimone a Roberta e Camilla. Loro continuano a portare avanti la mia tradizione culinaria, comunque vivendo al piano di sopra, di tanto in tanto scendo per salutare i clienti».

Hai qualche aneddoto simpatico da raccontare vissuto nel locale?
«Sì. Vorrei parlare di un nostro cliente speciale che si chiama Gerry Scotti. E’ un uomo a dir poco simpatico e modesto. Ogni tanto arriva per assaporare le nostre specialità. A dire la verità a conoscerlo per prima è stata mia figlia Camilla per il fatto che aveva partecipato come concorrente alla trasmissione “Caduta libera”. Gerry aveva detto in televisione che sarebbe venuto a trovarci. Un bel giorno ce lo siamo visto arrivare. E’ stata una sorpresa magnifica».

Come trascorri le tue giornate, ora che sei in pensione?
«Con il mio nipotino Edoardo. Ha 10 anni ed è un bambino stupendo. Ho anche una nipote. Si chiama Mimosa ma lei vive a Roma. Fa l’attrice di teatro. Sono contenta della mia famiglia. Mi vogliono bene. Loro sono tutta la mia vita. Questa è stata l’ultima domanda?».
Sì Franca
«Bene. Ora te ne faccio una io: ti conosco bene, so benissimo che ti piacciono i ravioli alla mantovana. Quando vieni a mangiarli…?»

Mauro Pollotti
paesi@nuovaprovincia.it

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