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Il mito di Giorgio Aiazzone, re del mobile

BIELLA -Fu vera gloria? A trentaquattro anni dalla morte dell’imprenditore Giorgio Aiazzone, avvenuta il 6 luglio 1986, il giudizio storico del territorio pare unanime nel considerare il “re del mobile” l’ultimo grande personaggio pubblico del Biellese. Con il trascorrere degli anni dalla tragica fine del mobiliere nato a Tollegno nel 1947, infatti, il mito sostituisce ogni giorno di più l’uomo e le sue debolezze e i suoi errori, nell’immaginario collettivo. E così, soprattutto nella lettura che ne fanno i social, Aiazzone viene osannato e rimpianto da un popolo alla disperata ricerca di punti di riferimento.


Merito indiscutibilmente dell’uomo che seppe trasformare la propria piccola azienda alle porte della città in un marchio noto in tutta Italia (“isole comprese”), intuendo le potenzialità dell’acquisto a rate e della pubblicità televisiva per gli italiani, che si scoprivano ricchi dopo gli anni dell’austerità.
Anni Ottanta allo stato puro. Proprio questa, forse, è la fortuna e la grandezza postuma di Giorgio Aiazzone.

Aver capito i propri tempi con un secondo di anticipo rispetto agli altri e di averli cavalcati con coraggio e soprattutto con una visione che tanto manca ai nostri politici vicini e lontani. La fine della stagione del terrorismo e delle crisi internazionali aprivano infatti le porte a una fase di benessere a portata di mano. Aiazzone ne fiutò l’enorme portata, scommettendo sull’idea di far diventare gli italiani dei consumatori come già avveniva negli Stati Uniti. Pratiche del tutto normali adesso che le persone pagano a rate le vacanze al mare o l’estetista. Molto meno allora.


Aiazzone nella sua genialità imprenditoriale puntò sulla casa, da sempre bene rifugio nel Belpaese. Una rivoluzione (“provare per credere”). Su “Facebook”, qualche anno fa, venne fuori la polemica che nel Biellese non ci fosse una via intitolata all’imprenditore. I commenti si sprecarono, tutti i favore di Aiazzone, non abbastanza celebrato e amato dai biellesi con la puzza sotto il naso, secondo i più. Anche questo aspetto contribuisce, da sempre, alla canonizzazione laica dell’imprenditore morto in un incidente aereo nella Lomellina: essere stato ostracizzato dall’aristocrazia tessile del Biellese, o almeno così si dice, che negli anni Ottanta dava lavoro e rendeva questo distretto tra i più ricchi d’Italia e forse d’Europa. Quel mondo oggi scomparso, per mille ragioni, crea quindi i presupposti per l’esaltazione di una figura come Aiazzone, invitto dagli uomini e sconfitto solo da un destino tragico che se l’è portato via a neanche 40 anni, tra rimpianti e rabbia. E a noi? E’ rimasta una crisi economica strutturale che pare senza fine.


Il mito di Aiazzone, anche per i giornali nazionali, viene tirato fuori quando il popolo dei “rave-party” invade gli spazi dell’ex casa del mobile, a Verrone, scheletro ferito e abbandonato di una cattedrale che dalla Trossi doveva organizzare l’invasione del mondo fuori dalle colonne d’Ercole di Carisio e di Santhià. Ogni festa di giovani alternativi, diventa così l’occasione per una nuova agiografia dell’uomo, dell’imprenditore e dei tempi che furono.
Tante le sue intuizioni passate alla storia: della tv, della pubblicità martellante da mattina a sera, delle televendite ma anche della Trossi e soprattutto del collegamento del Biellese con l’esterno (bus aziendali andavano a prendere i clienti ai caselli autostradali).


La figlia del “geometra di Tollegno”, espressione usata da chi voleva ridimensionare il valore dell’imprenditore, Elisabetta Aiazzone, architetto che vive tra Milano e la Svizzera, torna spesso a Biella. E spiega: “Torno volentieri, soprattutto quando si riunisce il gruppo degli ex dipendenti dell’azienda. Sono persone che ancora, anche a distanza di molti anni, si sentono parte di una esperienza irripetibile della loro vita professionale e non solo. Le loro storie e i loro ricordi rappresentano ciò non ho potuto avere da papà”.
Fu vera gloria, dunque? Sicuramente.
Paolo La Bua

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