Seguici su

Attualità

Il cassonetto fuor di metafora

Gli sbiellati, la rubrica di Lele Ghisio

Pubblicato

il

Tra un furto di scatolette di tonno e l’altro riportati dai media locali capita che guardando i Tg dell’ora di pranzo e dell’ora di cena, intenti come siamo a deglutire e digerire notizie di massacri guerrafondai e cronache così nere da alterare la nostra percezione di sicurezza, lo schermo ormai piatto della tv ci vomiti addosso un orrore così prossimo da farci paura.

Scattano allora le parole d’ordine nelle titolazioni: “tragedia”, “attimi di paura” e via così fino al punto da non distinguere più le tragedie vere dai fatti di cronaca spicciola, triturando ogni accadere in banalità e sdegno diffusi soprattutto via social, il luogo in cui esorcizziamo i nostri timori e tutta la nostra inadeguatezza.

Si affrontano giustizialismi d’accatto e congetture casalinghe imposte da una sorta di massa acritica di fini analisti, gli stessi che si propongono come allenatori della nazionale in occasioni importanti. Quando invece la verità necessiterebbe attimi di opportuno silenzio e vigile attesa di capirci davvero qualcosa.

È già accaduto, tra queste righe, di re-citare la metafora della polvere nascosta sotto al tappeto per indicare l’attitudine sociale che spesso ci caratterizza. Solo che ora questa metafora ci viene presentata nella sua drammatica, orrorifica e paradossale realtà: un corpo nascosto in un cassonetto della spazzatura. E più della morte giovane, delle incognite sociali nella quale è maturata, dei drammi familiari dei personaggi coinvolti, emerge lo sdegno per il gesto.

Il vilipendio di cadavere ci indigna più delle cause, ed è comprensibile in una società in cui il culto dei morti è funzionale a mantenerne viva la memoria ed elaborarne il lutto. Ma non risolve. Né il dolore delle famiglie né la situazione nel più ampio dei contesti possibile. Anzi, gira il coltello nelle loro piaghe. C’è stato chi, nella sua foga giustizialista, ha sputato all’umanità digitale le sue certezze e le sue sentenze. Smontate poi, dopo qualche giorno, dalla medicina legale attraverso l’autopsia. Battuta d’arresto delle congetture, che prendono solo un’altra direzione.

Capita però che la realtà dell’accaduto si sia presentata nel tempo – in questo caso davvero poco – come qualcosa di più semplice e banale (intendiamoci: nessuna morte è mai banale). Nel caso specifico pure grottesco, visto che ricalca il cliché cinematografico di un film splatter. Ma senza Mr. Wolf. E un dolore e una storia con cui fare i conti, personali e di comunità.

Immaginarsi ciò che è successo restituisce un senso d’incredulità e disperazione. La prima tutta nostra, la seconda pensando a che genere di disperazione e smarrimento può portare a chiuderti in un appartamento di Chiavazza a drogarti, a morirci, a tentare di schivare ogni eventuale responsabilità maneggiando maldestramente un cadavere per nasconderlo in un cassonetto di fronte a casa. A Chiavazza, ripeto. Domande che quindi ci riguardano direttamente, non la trama di un film.

Una vicenda tutta italiana, senza l’alibi dell’immigrato brutto e cattivo. E magari spacciatore, come se l’offerta non sia proporzionata alla localissima domanda, eppure su questa ci si interroga raramente. È vero che Il quartiere cittadino ha vissuto qualche giorno d’irrazionale timore, ma è comunque un buon segno: significa che non c’è abitudine a questi accadimenti, siamo inadeguati alla violenza abituale. Un fatto confermato anche dalle locali statistiche sui reati.

Certo il fatto accade a distanza di un paio di mesi da un omicidio – quello, sì – che aveva già scosso il borgo, ma è perché spesso il disagio tende a concentrarsi, complici anche certi criteri urbanistici più o meno discutibili, e non per un’improvvisa e imprevedibile ondata di criminalità. Altrettanto certo è il fatto che c’è stato chi ha già invocato telecamere ovunque, ronde di quartiere e portierati militarizzati rimirando il solito dito in luogo della luna, e generando l’ormai abituale confusione tra cause ed effetti sui quali agire.

Ai vari ministri della paura d’ogni ordine e grado, val la pena ricordare ciò che era la città negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80: un centro di spaccio regionale anche senza i migranti, in un decennio in cui i morti da eroina avevamo smesso di contarli e un po’ ci si “difendeva” stigmatizzando i tossicodipendenti. Ora il mercato è cambiato, le droghe pure ma lo stigma pare immutato: tolleranza per tabacco e alcol, anche se le ultime statistiche disponibili per l’Italia dichiarano 17.520 morti alcol-correlati all’anno contro i 309 morti oppiacei-correlati, e tolleranza zero nei confronti degli altri tossicodipendenti.

Se si torna a morire d’eroina però, ci sono davvero altre domande da porsi. Domande relative al trattamento delle dipendenze e alla gestione delle fragilità, perché altrimenti siamo una comunità che perde i pezzi. I suoi pezzi. Certe morti meritano un po’ di poesia, non rancori sbagliati.

Lele Ghisio

E tu cosa ne pensi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *