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Il Babi è morto, viva il Babi

Gli sbiellati di Lele Ghisio

Gran rumore di vesti stracciate, su questa e altre testate, per la morte del Babi. O meglio, del suo Processo. C’è chi parla di comunità e tradizione, chi si dispiace di non poter più sentir pronunciare il proprio nome né tra i buoni né tra i cattivi. A dare le pagelle, da 36 anni in qua, è sempre stato il solito rospo. Che ora dice basta! e suscita uno strano sconforto.

C’è di che mettere in fila una serie di però e una qualche perplessità. Per il primo però, invoco il neutrale parere della Treccani che, alla voce “tradizione”, recita: conoscenze e valori trasmessi di generazione in generazione. Se, semplificando, parliamo di carnevali, quello di Ivrea ha avuto origine nel 1500 e quello di Vercelli a fine ‘700, e hanno conservato una rilevanza sociale non indifferente. Qui a Biella, invece, sembra che non si sia trasmesso nulla, considerato anche il fatto che il Processo è stato bellamente dimenticato per anni.

Su questo – se fosse il nostro Processo al Babi di cui si hanno tracce solo dal 1926, una tradizione o meno – già s’interrogava, nel 1979, Luigi Pralavorio, uno che del carnevale locale se ne intendeva: “Ma può, comunque, il nostro, inserirsi nella categoria degli spettacoli di tradizione popolare? Possiede di essi sostanza e valori? I suoi limiti sono denunciati dalla sua stessa natura, riflessa nella frettolosità del linguaggio. Si intuisce che è nato per gioco, per spasso, suggerito dall’intenzione di ‘fare qualcosa’ per Carnevale, qualcosa di divertente, e niente più” (Il Processo del Babi, ed. Polgraf).

Quindi, se le parole hanno un significato, invocare la tradizione è un filo esagerato: sembra più una goliardata, generata sull’impronta dell’atavica conflittualità tra Biella e Vercelli. Prima quella politica, nata dalla sottomissione del nostro capoluogo all’Arcivescovado di Vercelli; poi quella calcistica tra la Pro e la Biellese, seguita da quella economica grazie allo sviluppo industriale del nostro territorio: da una parte i montanari arricchiti, dall’altra i “ranat”. Il tutto condito, nella migliore delle intenzioni goliardiche, con la sana invidia del pene così ben metaforizzata dai testi originali del primo Processo al Babi, curati da Marcello Oppezzo allora Presidente del Carnevale a cui rendiamo onore e memoria.

Il Carnevale era allora in mano a un manipolo di goliardi, a cui si aggiunsero poi, negli anni, gli studenti universitari de “L’Orso schizofrenetico”, divertenti prodromi della satira locale su carta stampata con il loro annuale numero unico carnascialesco.

Sul senso di comunità beh, che dire? Che è proprio un’altra cosa. E caricare di queste responsabilità uno spettacolo teatrale, provincialotta versione del Bagaglino, è davvero troppo. Uno spettacolo, tra l’altro, farcito d’una satira ormai bolsa e superata a destra dalla realtà che ci tocca di vivere. Ambìto e ammirato con vari distinguo soltanto da chi si sedeva in teatro sperando d’essere nominato dalla presunta irriverenza del rospo sotto processo e che ne costituiva il corpaccione del pubblico in sala: politici, ex politici, amministratori e affini di cui il copione della messinscena sanciva l’esistenza e, a parer loro, un qualche rilievo sociale. E tutto ciò, piuttosto che far ridere stende un velo di malinconica tristezza. Come con un moto di disincanto già sancivano, con una felice parafrasi, i baldi giovani dell’Orso schizofrenetico nel numero unico del 1952, in cui pubblicarono una divertente “Antologia di Biella River”.

Detto questo, e mi dispiace se è stato pure troppo, il dato a cui volevo davvero dare evidenza è il fatto che questa città non riesce mai a darsi un futuro. Mentre nelle altre città, generalmente, le maschere locali hanno una rotazione annuale, o poco più, e riescono veramente a generare un senso di comunità coinvolgendo anche l’entusiasmo giovanile a garanzia della continuità di queste “tradizioni”, a Biella ci teniamo Babi, Gipin e associati finché morte non ci separi. E non mi si dica che è colpa dei giovani, che non è solo il Carnevale a patire quest’attitudine. Ché alle successioni ci si deve credere e lavorare, e non cascano dal cielo quando si dice: basta!. Quando spesso, magari, sarebbe stato opportuno dirlo prima.

Lele Ghisio

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