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C’era una volta e c’è anche adesso

Gli sbiellati: Una rubrica per tentare di guardarci allo specchio e non piacerci

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BIELLA – Non è più un mondo da favola e, in realtà, non lo è mai stato. Certi ossimori si rivelano per caso, che poi è lo stesso che determina la narrazione favolistica. Lo so che parto sempre da lontano, ma è questione di prendere confidenza con le prospettive, che cambiano all’avvicinarsi.

Quello che sto cercando di fare è proprio di raccontare una favola, una di quelle cose che se accadono ne perdono lo status e necessitano della sospensione dell’incredulità. Insomma, facciamo finta che. È qualcosa che accadde qui in città e che, credo, in questa forma, non sia accaduto altrove.

C’era una volta una personcina caruccia che per qualche tempo ha insegnato ai ragazzi come diventare grandi in una scuola locale. Poi si sindacalizzò fino al punto da indossare l’armatura del cavaliere senza macchia e senza paura, paladina della classe docente senza fissa dimora, e studiò la legge per poi praticarla nello studio di uno dei tanti candidati a sindaco che abbiamo avuto. Così debuttò in società, con le insegne di un sindacato che ha fatto del ricorsismo la sua fede e la sua fortuna. Un giorno s’iscrisse – d’ufficio? – alla Piattaforma dei puri, quella che rimase sempre piatta senza prendere mai veramente forma.

Più che l’anno, ne correva l’inizio: era il 2018 quando da un angolo di casa si trasmise al mondo piattaformista dicendo cose di sé in tre minuti e rotti, per poi raccogliere il consenso di 127 segreti votanti sui 1098 che si espressero. Medaglia di bronzo, come certe facce che girano da quelle parti, e terza in classifica. A volte basta poco. Si trattava di preparare la distinta per la discesa in campo nel campionato dilettanti delle elezioni politiche di marzo, le ultime che abbiamo tutti frequentato prima di metterci la vita in pausa. La corrente a genere alternato che scosse la politica la ribaltò al secondo posto, scavallando il parlamentare uscente esperto in scie chimiche (stiamo pur ragionando in termini favolistici, no?), e soddisfando così la fame di quote rosa che affligge ogni formazione.

Lei non giocò quella partita da titolare, ma trovò un tranquillo posto in panchina senza doversi confrontare direttamente con i centravanti avversari che sul territorio si contendevano la palla. Fu quindi una scampagnata elettorale, più che una campagna: non era lei a dover prendere i voti, bastava pregasse per un’intercessione. Pregò così tanto e così bene, perché spesso non si sa a che santo votarsi ma lei scelse quello giusto, che la grazia arrivò. Non subito, ma arrivò. La devota attesa fu premiata e lei fu deputata a essere deputata, con altri cinque compari fortunelli in giro per l’Italia. Deputata “last minute” (la definizione non è mia, ma di un giornalone), graziata grazie all’insufficienza delle stelle campane, non sufficienti a soddisfare il pieno di ex voto che la compagine fece al Sud.

Iniziò così un percorso di volto spendibile a quel mercato degli orrori che è la politica vista alla tv, recitando per bene le filastrocche del centralizzato ufficio comunicazione del politburo a cinque stelle. Fino alla religiosa assunzione al soglio sottosegretariale del Ministero Istruito di un Primo Ministro che cambiava soci come pochette, nel tentativo di cadere in piedi da ogni altezza. L’allora Ministro Istruito fece cattivo viso a cattivo gioco, salutando con una manina e con l’altra sbattendo la porta di un Governo che non badava troppo all’istruzione, però di più alla distruzione del suo ministero. Tanto fecero, quel governo e quelle pochette, che il dicastero fu fatto a fette e a lei ne toccò una: sul finire del 2019 stappò bottiglie per l’anno che veniva e per l’incarico ministeriale all’Istruzione. Poi, fu Covid e null’altro, e lei si trovò stravolta dalla tempesta perfetta.

Qui finisce la favola e inizia un’altra fase della sospensione dell’incredulità: quella in bilico tra ciò che è reale e ciò che è surreale. In accoppiata con un Commissario che è stato poi, di fatto, commissariato dal governo dei dragoni, si trovò protagonista quotidiana della storia infinita dei banchi a rotelle. Un dibattito che la dice lunga sul Paese e sui suoi dirigenti, che fa il paio con quello, poi fortunatamente abortito, degli estetizzanti ma inutili padiglioni vaccinali tanto petalosi quanto costosi.

Per quello fa persin tenerezza vederla ora correre dietro a quei banchi per spiegare il perché e il percome, ma con il piglio della maestrina che ci rende “edotti” (la definizione neppure questa volta è mia, però è sua). Costretta a sprecare il suo tempo per correggere l’inevitabile disinformazione, che pur a ragione è una difesa che stride come qualsiasi arrampicata sugli specchi. Intendiamoci, dalle nostre parti non è certo l’unica a essere stata travolta da un insolito destino: la corte dei miracolati è ben nutrita.

 

Lele Ghisio

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