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«Avevo fretta e sono nato sul camion di mio papà»

La vita di Gianni Zoccola, 70 anni, autotrasportatore in pensione, è stata ricca di avvenimenti e di fatti tragicomici, ma non si è mai arreso

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COSSATO – La vita di Gianni Zoccola, 70 anni, è ricca di avvenimenti fin dal primo giorno della sua vita, quando, per troppa fretta di nascere, è venuto alla luce sul camion di suo padre.

«A quel tempo, fra il 1947 e il 1980, mio papà Lido e lo zio Gigi guidavano il camion per la Commerciali Petroli di Cossato, che oggi non esiste più, ed è accaduto che nel 1950, quando mamma attendeva me, le erano iniziate le doglie con largo anticipo.
Io avevo deciso di nascere prima, al settimo mese.
Papà aveva allora pensato di caricarla sul suo camion, iera m’è sciulì – c’era soltanto quello -, per portarla all’ospedale.
Arrivati a Chavazza però, le sbarre del passaggio a livello erano abbassate e son nasù lì – e sono nato lì -.

È così che inizia la mia storia, che in tanti dicono che dovrei mettere per iscritto, perché me ne sono capitate di tutti i colori.
Da bambino, avevo 8, 10 anni, il giovedì non c’era scuola e io andavo via col camion, idem la domenica. Mi alzavo presto per pulirlo. Mi davano qualche soldino, 50, 100 lire. Una mancetta.

All’età di 14 anni, ho iniziato a lavorare come apprendista meccanico in un’officina di Lessona. Avendo però problemi di udito, dopo due anni ho trovato lavoro in un’altra.
A 18 anni, con la patente, ho iniziato a lavorare in una cava.
Nei giorni dell’alluvione, nel 1968, mi hanno dato da guidare una betoniera».

A questo punto, Gianni, dice di voler aprire una parentesi: «Era un lavoro pericoloso e io ero il più giovane dei dipendenti. Ero spericolato, e come diceva il padrone, ero il più scemo. Così, mandavano avanti me per primo e mi sono fatto le ossa. A seguito di un’allergia alla polvere ho poi dovuto cambiare di nuovo e ho iniziato a fare l’autista per il titolare di una filatura a cui era stata ritirata la patente. Quando l’ha riavuta, io ho iniziato a guidare il camion e lì sono rimasto fino al 1974, anno in cui la ditta è fallita».

Senza mai demordere, Gianni ha trovato lavoro presso un commerciante di carne all’ingrosso, ancora per guidare il camion e fare consegne.
«È stata l’occasione per girare l’Italia. In quel periodo mi ero anche appassionato di musica e suonavo alla Scala». Detto così, stimola chiedere quale strumento? ma caschiamo nel tranello in cui Gianni ci attende, rispondendo: «Suonavo il campanello della porta, per farmi aprire».

Successivamente, ha lavorato per una ditta che commerciava filati e di nuovo è rimasto con loro fino alla chiusura dell’attività, avvenuta dopo cinque anni.

«Era ancora un’altra azienda che chiudeva con il mio arrivo, il che iniziava a farmi pensare. Ho allora lavorato per un corriere, dove però non si stava bene e ho deciso di acquistare un camion mio, lavorando per una filatura. Quella volta però, sono io che ho voluto lasciare per fare di nuovo l’autista personale, fino al 2007, quando sono andato in pensione. È stato un periodo in cui ho conosciuto tante persone, anche dell’esercito e dell’Arma, con cui ho mantenuto buoni rapporti».

Fra i ricordi ne emerge uno che si rifà a quando si è sposato: «Tutti mi dicevano: passa a pranzo da me. Io li ho presi in parola. Abbiamo fatto il viaggio di nozze visitandoli tutti, fra Toscana e Liguria. Finito il giro summa gnu a cà – finito il giro siamo tornati a casa -».

Con la disponibilità di tempo libero, Gianni si dedica a diversi passatempi, dalla costruzione di cassette in legno e pietra, al restauro di un’auto d’epoca. Ora si dedica al volontariato.

Anna Arietti

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