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Adriano Villarboito, una vita di lavoro in risaia con i piedi scalzi

L’85enne di Cossato si racconta e ricorda le dure esperienze della sua giovinezza senza perdere il sorriso e l’ironia

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Adriano Villarboito

Adriano Villarboito, classe 1941. «Vado per gli 85, fino a quando dura – dice sorridendo -. Ho abitato a Formigliana e a Casanova Elvo, dove ho subìto l’alluvione con un metro e mezzo d’acqua in casa. Mi ha portato via la mia collezione di fumetti Tex Willer. Il primo numero varrebbe tanti soldi. A Castellengo sono arrivato con il matrimonio». «Adesso ho già comprato il loculo a Formigliana, non voglio rimanere senza – precisa, ridendo di nuovo di gusto -. Dalla muntagna turn ant’la bassa, torno in pianura».

Nella vita di cosa si è occupato?
Ho fatto di tutto e di più. Mi piaceva studiare e in quinta elementare la maestra aveva detto a mia mamma che ero intelligente, ma proseguire non si poteva. In famiglia eravamo in undici. Ogni anno perdevo due mesi di scuola per pascolare 70 mucche. Una volta ho vinto un concorso, “Castelli in aria”, con un tema di fantasia. La scuola ha vinto come premio una radio. Ho fatto il contadino, con i cavalli che trainavano i carri. Iniziavo a mungere le mucche all’una di notte. Alle 6 del mattino passavano a raccogliere il latte. È stata una vita terribile. La mamma è mancata a 44 anni per una errata trasfusione di sangue e io ho fatto il donatore per 65 anni. Ho lavorato in risaia alla Cascina Mirabella. Si seminava tutto a mano. A 13 anni facevo il barlit, portavo il barile da 15 litri, pesante come un boia, con l’acqua da bere. A 14 lavoravo con gli altri e la cavagna, in cui c’era il riso da seminare, pesava più di me. Ero sempre scalzo, gli stivali rompevano le piante. Le mondine toglievano la strossa o l’giavun, l’erba che non era riso, iniziavano alle 5.30 e faceva freddo, più tardi arrivavano le zanzare. Per tagliare il riso si usava l’ansùra, un falcetto curvo con il manico in legno – che Adriano ci mostra -. Si lavorava fino alle 8, poi si faceva la colazione portata dal padrone e si ripartiva fino alle 12, chi poteva andava a casa a riposare. Io invece, dopo pranzo, mettevo 10 mele sopra la radio, le mangiavo tutte leggendo la rivista Intrepido. Si riprendeva alle 13.30, fino alle 18. Le mondine si lavano nelle rusce, nei ruscelli, e siccome venivano da Piacenza andavano al dormitorio, a casa del padrone, in cui ci stavano 60/70 persone. Fra il 1955 e il 1965 a Casanova Elvo c’erano 1.500 ragazze impegnate. Poi è arrivata la gente dal Sud. Comunque erano tutte belle ragazze, soprattutto quelle di Mantova. Alcune avevano trovato marito, ma ai tempi erano monitorate dalle mamme, sempre lì a tenerci d’occhio – e Adriano ride, ride ancora di gusto. A darci pensiero però è il falcetto di prima, che Adriano brandisce parlando, e noi lo invitiamo a posarlo -.
In risaia c’era una bestiolina, il “faprest”. Era un insetto piccolo, non si vedeva, ma faceva un male terribile. Arrivava e tan! A volte le ragazze svenivano per il dolore.

In quale condizione erano i piedi delle mondine?
Erano sani, ma a forza di stare nell’acqua venivano neri perché era sporca. Tolto il giavone e messo nel solco, questo marciva e loro ci mettevano i piedi sopra. Quando si tagliava il riso, in testa al gruppo c’era il furin, sempre un uomo, che iniziava e tagliava per primo, mentre le donne si disponevano in modo scalare fino a coprire tutto il campo. Così non veniva lascito indietro nulla e non ci scontrava con i gomiti. Negli ultimi 30 metri facevamo la corsa, per vedere chi finiva prima, e il padrone rideva – nel raccontarlo si diverte anche Adriano -. Il riso andava poi legato a mazzi, con tre piantine di riso tenevamo insieme una fascina. Noi del posto eravamo capaci, avevamo imparato dai vecchi.

Adriano ha poi lavorato per vent’anni in una ditta che costruiva sci e in un centro sportivo dove, fra le manutenzioni, curava arnie.
«Sono andato in pensione quasi 34 anni fa. Avevo più o meno 50 anni. Iù sèmpè travaià – ho sempre lavorato -. Adesso faccio l’orto».

Anna Arietti
anna.arietti@gmail.com

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