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Biella

Il mal bianco che fa seccare la nostra terra

Tra le righe di Enrico Neiretti

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BIELLA – Dall’alto la città ed i paesi sembrano distendersi ordinatamente sulla pianura; guardando giù si riconoscono i luoghi, le strade, si intuisce l’organizzazione del territorio. Da lì, complice l’immutabilità rassicurante della collina non antropizzata, sembra tutto a posto, tutto armonico: un territorio ospitale che si distende nella piana finché la foschia consente di vedere.

Ma basta scendere un po’ lungo i tornanti, lasciarsi portare giù dalla forza di gravità e dai bisogni della quotidianità, per scorgere le prime crepe, per infrangere – con uno sguardo che si approssima – l’idea di composizione coerente che la vista dominante sa regalare. Allora si vedono bene le ferite del territorio: i tratti di strada franati in paziente attesa di riparazione sicché ormai certi arrangiamenti sono diventati panorami consueti, le tracce evidenti dell’umana inciviltà, i ruderi industriali rimasti a testimoniare le rotte passate di un sistema produttivo che ha virato altrove.
E allora non si può fare a meno di rimpiangere la visione dall’alto, quella distanza dalle cose che nasconde le crepe e dà l’illusione che tutto sia funzionale ed armonico, ogni cosa al posto giusto.
Ma è soltanto un’illusione rifugiarsi a distanza di sicurezza dalle contraddizioni del vivere, così come è una fuga baloccarsi nelle retoriche dei bei tempi che furono.

La strada che unisce Biella a Cossato, dove la lunga teoria di case e capannoni commerciali dà la sensazione di attraversare un unico grande paese sparpagliato nella pianura, è disseminata di edifici industriali dismessi. Colpisce il decadimento di complessi che sino ad un paio di decenni fa erano in attività e che mostravano, con le loro facciate decorose e i loro giardini curati, una visione civile e rispettosa dell’architettura industriale. Adesso non ci sono più attività a tenere in vita quelle fabbriche. Qualche spazio è stato riutilizzato in altro modo, altri languono in abbandono dietro a ringhiere arrugginite.

Salendo da Vallemosso verso Pettinengo si è accompagnati da una serie continua di vecchi opifici abbandonati ormai da molti decenni: chilometri di muri in pietra e mattoni, intonaci intaccati dal tempo, sagome di finestre geometricamente disposte, portoni di accesso, palazzine di uffici.

Tutto o quasi ormai inglobato nel paesaggio, come le pietre, come gli alberi, svuotato di ogni funzione.
E sono tanti i tratti di strada che trasmettono questa sensazione di abbandono, quasi come se la ramificazione del territorio fosse ormai piena di terminazioni secche, lasciate lì, che ormai quasi non ci si fa nemmeno più caso.

Ma questa specie di mal bianco, che fa seccare interi rami del territorio, attacca persino il centro di Biella, con il vecchio ospedale ormai inutile e decadente, con l’area fatiscente dei Lanifici Rivetti. Addirittura Via Italia, il cuore della città, mostra tracce di appassimento.
E poi c’è la funivia del Mucrone ormai ferma, la strada della galleria di Rosazza chiusa, tristemente non percorribile.

I rami secchi sono ormai davvero tanti, troppi, e non basta più consolarsi con quella vista dall’alto che mimetizza tutto questo in un disegno rassicurante.
E’ tempo di cura, di attenzione, di lavoro. Gli esempi positivi in questo senso, per fortuna, non mancano. In molto di ciò che si sta sgretolando ed avvizzendo è scritta una storia davvero importante. Una storia che ha bisogno di una nuova linfa.

 

Enrico Neiretti

1 Commento

1 Commento

  1. LUISELLA+BIDESE

    17 Ottobre 2022 at 9:45

    Complimenti per l’attenta descrizione dello stato in cui versa il nostro territorio.
    Si vuol fare credere che ci possa essere una rinascita a vocazione turistica, ma la mentalità biellese è ben lungi dal favorirne la realizzazione.

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