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La demopraxia, un magico elisir

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La prima cosa che mi ha colpito del paesino di Corniglia, Cinque Terre, dove mi portò Armona alla fine degli anni ’90, è il continuo lavorio che gli stessi abitanti svolgono sulle case, sulle strade, sulle scale. Mi ha comunicato il senso che considerassero la loro città come un’opera collettiva, ma anche propria. Una cosa di grande naturalezza, ma che mi appare più e più importante col tempo, se non proprio bella.

La prima cosa che mi ha colpito del paesino di Corniglia, Cinque Terre, dove mi portò Armona alla fine degli anni ’90, è il continuo lavorio che gli stessi abitanti svolgono sulle case, sulle strade, sulle scale. Mi ha comunicato il senso che considerassero la loro città come un’opera collettiva, ma anche propria. Una cosa di grande naturalezza, ma che mi appare più e più importante col tempo, se non proprio bella. Da un lato, fa pensare alle città della natura: i termitai e gli alveari, meravigliose architetture che sembra impossibile siano progettate e costruite da quei minuscoli insetti. Dall’altro lato, è una perfetta dimostrazione del potere della gente quando fa le cose in prima persona, una cosa che con termine un po’ altisonante chiamiamo demopraxia. Probabilmente, viene da pensare, se gli abitanti di un paesino sono capaci di realizzare una cosa così bella, e di prendersene cura ogni giorno, allora, chissà di quali e quante cose saremmo capaci, se solo ci mettessimo lì, a lavorare, sentendo che stiamo facendo una cosa utile, giusta e bella.

Ma non è facile. Da dove cominciare? La città sembra gestita da professionisti incaricati, e poi ci sono mille regole e problemi! Come capita spesso, converrà iniziare con piccoli passi. Ma con molta passione. Prendi Alex, per esempio. È un architetto, ma di un tipo particolare, come quelli che servirebbero a noi per la demopraxia: nel senso che progetta e costruisce direttamente. E non lo fa da solo: mette su squadre, spesso composte dalla gente del posto dove è chiamato a lavorare. È alto e grosso, e questo probabilmente aiuta quando devi usare non solo il computer o la matita, ma anche trasportare, impilare, tagliare, avvitare, travi e pali e finestre e tutto l’armamentario di chi fa cose per abitarci dentro, fuori, sopra e intorno. E poi dice cose come: “il progettista che costruisce porta alla vita i luoghi con la sua stessa presenza e mette in campo dinamiche nuove tra le persone, che sono in grado di includere altri partecipanti. È una sinergia che dà corpo a lavori collettivi, e dà al cantiere di costruzione il senso di luogo”.

La prima volta che l’ho incontrato stava trasportando, insieme ad altre venti, trenta persone, un lunghissimo tavolo di legno (che si vedeva che era stato fatto appena lì) attraverso il centro del mercato del quartiere di Saint Michel, a Bordeaux; era lì per trasformare un brutto edificio in cemento dove la mattina avveniva un mercato al coperto, in un luogo dove la gente si incontrasse e facesse cose insieme il pomeriggio e la sera. Così, lui e il suo gruppo (che si chiamava Exyzt e adesso si chiama Construct.lab) hanno vissuto e lavorato lì per alcuni mesi, hanno fatto insieme a dei commercianti e ad altri abitanti del luogo, un luogo comune, nel senso buono del termine.

Da allora abbiamo lavorato insieme in altre occasioni. Adesso è con me per un cantiere per l’Università di Torino: il fatto è che l’archistar Foster ha progettato e fatto realizzare un nuovo campus universitario dietro corso San Maurizio, centro città, nel cuore di un quartiere che l’ha visto atterrare e non ha rapporti con esso. Eppure è la casa dell’Università di Torino, 70 mila studenti in una città di 8/900 mila. Così, tra le diverse azioni e iniziative che l’Università ha avviato, hanno anche chiesto a Cittadellarte una domanda tipo: non è che avete delle idee per come attivare il rapporto tra la gente del quartiere e quelli che vivono il campus come studenti, docenti, dipendenti vari…? Che questo sia un lavoro per artisti è una questione mica semplice. Ne abbiamo parlato su questa rubrica in passato. La risposta passa attraverso alcuni concetti come chi è il committente di un’opera d’arte, oggi? Che cosa/chi rappresenta l’arte? Quale ruolo può avere l’artista nella società? Alex, queste domande, le vive tutti i giorni: e generalmente risponde tirandosi su le maniche e costruendo abitazioni, teatri, gallerie, cucine, cinema, forni e altre amenità, coinvolgendo (anzi: artivando) la gente del posto, fin dai primi passi, cioè quando di deve decidere che cosa fare e come farlo, fino a prendere in mano martello o cacciavite e poi a farci una festa, o un pranzo o venirci con la famiglia la domenica lì, dove la città è cambiata anche grazie ai cittadini.

Su queste stesse pagine abbiamo nominato anche altre pratiche artistiche che sanno innescare e guidare processi di costruzione collettivi, ecologici, inclusivi e belli; RaumLabor che hanno avviato un cantiere nel quartiere Barca di Torino, Nova Civitas che sono un ramo di Cittadellarte e fanno architetture in paglia, legno e calce e fanno formazione per abitanti e costruttori e Matthew Mazzotta, che ha trasformato, con gli abitanti di una cittadina, una casa abbandonata in un teatro all’aperto “pieghevole”! Come questi, ci sono molti altri progetti in corso. Come migliaia di api stanno costruendo alveari, bellissimi quasi sempre, ma che custodiscono e dispensano un prezioso, magico elisir: non è miele, è la demopraxia.

Paolo Naldini

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