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Vomito, ergo sum

Forse mi è sfuggito, ma quest'anno i giornali ci hanno risparmiato le implacabili articolesse sulle vacanze dei vip nel primo lungo ponte d'inizio giugno.

Forse mi è sfuggito, ma quest’anno i giornali ci hanno risparmiato le implacabili articolesse sulle vacanze dei vip nel primo lungo ponte d’inizio giugno.

E’ stato un vero e proprio tour de france” affermò ad alta voce, esausto ma soddisfatto, il sindaco mentre sciamava con i colleghi dalla sala del governo cittadino a conclusione della riunione celebrativa del primo anno d’insediamento.  Gli fece eco la intellettuale del consesso, titolare dell’assessorato ai turiboli e ai corifei, il cui sguardo antartico, dietro agli occhiali bifecali con cui aveva sostituito le solite lenti a contagio, circoncise gli astanti: “qui lo dico e qui lo annego – scandì – ma se qualcuno mi impedisce di aprire la stagione teatrale cittadina con “Il fu Mattia Bazar” di Pisanello faccio saltare il governo. Questa città ha bisogno di un segnale forte, sono gli elettori che ce l’hanno chiesto a furor di polipo”.  Si fece un silenzio carico di tensioattivi, mentre gli sguardi saettavano refurtivi qua e là, finchè una voce proruppe nell’ipertensione: “scendiamo al bar che offro a tutti una dissetante soda gastrica“.

Ortàlia (Biella n.d.r), placida cittadina che il poeta aveva consegnato alla storia come “…ilare fattrice di ubertose percalle…“, aveva da un anno sostituito con un ottetto nuovo di zecca il decantropo di voci bianche a pois che per cinque anni, fra stecche e do di peto, aveva fatto le serenate agli ortaliesi (biellesi n.d.r.).  “Da adesso la musica cambia – aveva sentenziato il nuovo direttore d’orchestra mentre sugli scudieri veniva portato in tronfio -, e a quelli lì gli facciamo ballare il rigodone che, come dicevano gli antichi sargassi di derivazione incertica, comincia ad Ortàlia e finisce a Pollone“.  Lo sfoggio di decisionismo e di cultura aveva lasciato tutti illibati, e qualcuno dal telefonino gpl aveva mandato un ss alla morosa per informarla che “questo sì che ce li ha i testaroli, per gli altri si annunciano cotiche empatiche“. La distribuzione dei panni e dei peschi era stata laboriosa: chi voleva i lavori pubici, chi le politiche dello sventramento, chi l’aoristica con l’arredamento netturbano, chi infine la coltura e le infestazioni.  La soluzione era stata però trovata rapidamente, e tutti avevano lucidato il sorriso della festa per la foto dei coscritti.
Dopo la sosta al bar, dove qualcuno aveva suggerito di festeggiare con una bottiglia di don champignon e qualcun altro aveva nostalgicamente deciso per un  cognac falcemartell molto invecchiato,  la compagnia concluse la gloriosa giornata con una cena nella cornice digestiva del chiosco di san naticano.  “Pollo allo sbieco per tutti?” propose l’assessore alla gastroenterologia;  “per me una trota salmonellata” precisò uno che non amava le ammucchiate politiche, innescando altre richieste per marcare identità e differenze: “a me taglia e fieno“, “io vorrei dei turandot alla Rossini“, “per me dei funghi intrufolati e per finire una zeppa inglese“. Finalone in omaggio reverente al Capo supremo Mateus Rosè con un giro di succulente bischerate fiorentine.

Mangiarono di quattro palmeti e a qualcuno, i meno allenati ai pasti di governo, venne il voltastomaco con contorno di conati di vomito.  Ma fu il solito intellettuale a tranquillizzare tutti con una dotta e calzante citazione: “calma ragazzi, ricordate cosa diceva il famoso Cordusio dopo i pasti: “vomito, ergo sum”“.

giulianoramella@tiscali.it

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