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Se solo l’asfalto potesse parlare

Domani è il mio compleanno e saranno 24 lune di risate e lacrime, libri e musicassette,  gioie e delusioni, amicizie e amori, bugie e verità, baci e abbracci, biberon e mascara, mari e monti, hamburger e patatine fritte. Ognuno di noi ha il proprio giorno in cui sentirsi padrone del mondo, o quantomeno delle vallate biellesi, e ogni 18, di ogni ottobre, di ogni anno che passa, è il mio, così inevitabilmente insignificante per gli altri, così inevitabilmente speciale per me. Non c’é cuore di pietra che tenga. Quando, quella mattina, i tiepidi raggi del timido autunno ottobrino filtrano dalla tenda della camera da letto, scacciando Morfeo e chi dorme al tuo fianco, facendoti così svogliatamente travolgere dal nuovo giorno, un sorriso da mattina di Natale già ti illumina il viso stropicciato dal cuscino e il primo pensiero vola alla giornata che si prostra al tuo cospetto, giornata che ruoterà attorno a te, almeno per un giorno, protagonista.

L’inaspettato e il tanto atteso ci rendono talmente vivi e felici. Fiammeggianti candeline da spegnere soffiando tanto forte da allontanare ogni pensiero negativo dalla testolina, messaggi di auguri che ti strappano sorrisi sinceri, sorprese da scartare avidamente, colazione a letto con brioche al lampone del Canterino, il tuo piatto preferito condiviso con chi ti vuole bene, pensieri, parole e campi di grano regalati a te soltanto.

Quest’anno, quando la sveglia sabato mattina suonerà, saranno gioia e trepidazione, prerogativa dell’invecchiare di un anno, ma come riuscire a dimenticare che alla mia età si può anche morire, senza preavvisare una disgrazia simile neppure a chi ti ha regalato la vita, che importa se cadendo rovinosamente da un motorino o abbandonati sul ciglio di una strada deserta, in una fredda notte passata a festeggiare chissà in quale bar, chissà per quale motivo, chissà quale compleanno. Le tragedie hanno, in ogni contesto, la malaugurata capacità di unire tutti in un’unica, grande famiglia, spalla contro spalla su cui piangere, mano nella mano per tenere acceso il ricordo, e viva la speranza che questo lacerante dolore possa non ripetersi mai più per nessuno, piccolo o grande nucleo di parenti o concittadini che sia.

Leggere di due vite, troppo giovani, troppo pulite, troppo belle, troppo amate, strappate così violentemente dalla forza bruta della Regina, fa male, ti si spezza il cuore, ti si ferma il respiro. Un nodo in gola ti attanaglia. Pensi ai figli che non hai ancora, pensi alle mamme che quei figli non avranno più. Anche se quei volti non ti sono familiari, anche se non sono tuoi fratelli, anche se non sono tuoi cugini, anche se non sono tuoi amici. Leggi, e non capisci come bastino una manciata di parole sul giornale , nude e crude, nero su bianco, a squarciare mille sogni di gioventù, non capisci come possa, questo alfabeto di verità, essere talmente maledettamente devastante. Ancora una volta, Lei ha colpito, e a distanza di pochi giorni, quando ancora non riesci a realizzare quanto tanto siamo fragili commedianti del destino, e quanto niente basti per distruggere di dolore intere esistenze.

Ma, dal nero della Morte, spuntano infiniti ricordi di colorati palloncini e allegri schiamazzi, feste nella cascina di campagna dei nonni, torte e pizzette fatte in casa. Ciò che conserviamo nel cuore, almeno questo, nessuno può portarcelo via.

Silvia Serralunga

La rubrica di Silvia Serralunga viene pubblicata sulla Nuova Provincia di Biella in edicola sabato

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