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Natale, ma basta con questo carnevale della bontà

E' Natale mentre sto scrivendo.  Il resto della famiglia, strafatta di cibo e sopraffatta dai trigliceridi, è ingolfata in un interminabile tombolone fra uno sbadiglio e un rutto.  Scoppi d'allegria al moscato scandiscono quaterne e cinquine.  La città è silenziosa, deserta salvo che per la tabaccheria dove fanno la fila tabagisti la metà dei quali tra qualche giorno, il primo gennaio, promesso, smetterà di fumare.  Mi metto in fila anch'io, fino al primo gennaio, promesso.  Il resto è silenzio e quiete di traffico;  perfino i supermercati, incredibile ma vero, sono chiusi, e questo dà ai loro paraggi un aspetto metafisico alla De Chirico;  i dipendenti, a cui è stato concesso un giorno di libera uscita, in overdose visiva di cappone torrone panettone, vanno a brodini vegetali. E  si preparano all'assalto dei prossimi giorni, la fase due, il Capodanno, ripassando il mantra “...ha la tessera? ...quante buste? ...li vuole i bollini?...”.

E’ Natale mentre sto scrivendo.  Il resto della famiglia, strafatta di cibo e sopraffatta dai trigliceridi, è ingolfata in un interminabile tombolone fra uno sbadiglio e un rutto.  Scoppi d’allegria al moscato scandiscono quaterne e cinquine.  La città è silenziosa, deserta salvo che per la tabaccheria dove fanno la fila tabagisti la metà dei quali tra qualche giorno, il primo gennaio, promesso, smetterà di fumare.  Mi metto in fila anch’io, fino al primo gennaio, promesso.  Il resto è silenzio e quiete di traffico;  perfino i supermercati, incredibile ma vero, sono chiusi, e questo dà ai loro paraggi un aspetto metafisico alla De Chirico;  i dipendenti, a cui è stato concesso un giorno di libera uscita, in overdose visiva di cappone torrone panettone, vanno a brodini vegetali. E  si preparano all’assalto dei prossimi giorni, la fase due, il Capodanno, ripassando il mantra “…ha la tessera? …quante buste? …li vuole i bollini?…”.

E’ Natale mentre sto scrivendo.  Il resto della famiglia, strafatta di cibo e sopraffatta dai trigliceridi, è ingolfata in un interminabile tombolone fra uno sbadiglio e un rutto.  Scoppi d’allegria al moscato scandiscono quaterne e cinquine.  La città è silenziosa, deserta salvo che per la tabaccheria dove fanno la fila tabagisti la metà dei quali tra qualche giorno, il primo gennaio, promesso, smetterà di fumare.  Mi metto in fila anch’io, fino al primo gennaio, promesso.  Il resto è silenzio e quiete di traffico;  perfino i supermercati, incredibile ma vero, sono chiusi, e questo dà ai loro paraggi un aspetto metafisico alla De Chirico;  i dipendenti, a cui è stato concesso un giorno di libera uscita, in overdose visiva di cappone torrone panettone, vanno a brodini vegetali. E  si preparano all’assalto dei prossimi giorni, la fase due, il Capodanno, ripassando il mantra “…ha la tessera? …quante buste? …li vuole i bollini?…”.

Questa “paga”, incastrata fra le due feste più festose dell’anno, mi fa soffrire.  Perchè bisogna essere, per scelta o per obbligo, più buoni e tolleranti, come se questa vita non ci costringesse già nel resto dell’anno ad essere buoni pazienti e rassegnati.  Perchè l’allegria e l’ottimismo obbligatori ci vengono rovesciati addosso come melassa dalle televisioni che raccontano, e incitano ad imitarle, vite inesistenti e impossibili.  Perchè le giornate sono piene di musichine idiote che accompagnano le scorribande di un vecchio ubriacone vestito da pagliaccio (e dei suoi infiniti imitatori) su uno slittone trainato da caribù malriusciti e pulciosi.   Perchè di un bambino venuto al mondo per farsi ammazzare trentatre anni dopo lasciandoci qualcosa a cui pensare, non frega più niente a nessuno.

Perchè non  riesco a non pensare ai tanti, troppi, che vorrebbero addormentarsi il 23 dicembre e svegliarsi il 7 gennaio, quando tutto questo carnevale della bontà e della felicità sarà finito, e convivere con la propria solitudine tornerà ad essere meno insopportabile.  E’ a loro, in particolare, alle donne e agli uomini soli, ai ragazzi imprigionati nel bozzolo di una solitudine affollata e senza speranza, agli anziani delle case di riposo e degli alloggi vuoti di vita e pieni di ricordi struggenti, che vanno i miei auguri postumi.  E un abbraccio.

Giuliano Ramella

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