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Ladri di biciclette

Ladri di biciclette e’ il titolo di un capolavoro del neorealismo italiano, sceneggiato e diretto nel 1948 da Vittorio De Sica e tratto da un racconto di Cesare Zavattini.  E’ lo spaccato di un’Italia stremata dalla guerra in cui la bicicletta è strumento di bisogno e oggetto di desiderio per poveracci che la rubano per usarla, per rivenderla magari dopo averla smontata in pezzi.  E’ l’affresco dolente e struggente di un popolo sconfitto che non ce la fa e si abbandona ad una disperata guerra fra i poveri, esposto alle lusinghe truffaldine dei magliari che vendono stoffaccia per drapperia finissima che in cimossa riporta la Z spacciata come marchio del nostro Zegna.

Ma è anche il titolo del film che la cronaca dei nostri giornali suggerisce per la rappresentazione del nostro mondo stremato dalla guerra mondiale finanziaria perduta, dove noi, gli sconfitti, ci inventiamo espedienti di sopravvivenza per difenderci dallo Stato magliaro e dalla pletora vociante dei politici che, in vista delle imminenti elezioni amministrative, ghignano sinistramente dai manifesti e ci promettono cornucopie di futuri luminosi esponendo in cimossa la B di Berlusconi o la R di Renzi; chi di noi non ce la fa si uccide o emigra.

Le cronache di queste settimane ci parlano di una recrudescenza dei furti negli alloggi, sottolineando le storie dei bottini importanti: denaro, gioielli, televisori e computer, vestiti. Non ci raccontano però dei tanti furti in alloggi deserti di preziosi, conclusi con il saccheggio consolatorio del frigo con i resti di una spesa al discount: uno stracchino cominciato, una busta di mortadella, mezza bottiglia di una sottomarca di cola, un brik di tavernello.

E poi ci sono i ladri di biciclette, quelli che nei giorni scorsi hanno svaligiato due rivenditori a Vigliano e a Cossato dove hanno prelevato “preziose mountain bike” per le quali, tuttavia, fino a qualche anno fa nessun ladro serio avrebbe rischiato il grimaldello.  Ma ci sono anche quelli, in aumento, che la bici o il motorino li rubano per usarli, per rivenderli magari dopo averli smontati in pezzi.

Mutatis mutandis, siamo, per questo e altro, tornati indietro di sessant’anni.  Ma i nostri padri e i nostri nonni avevano un mondo da ricostruire, delle speranze da coltivare, una rabbia costruttiva che li sosteneva nella lotta.   
Noi viviamo immersi in un buco nero, pervasi da una rabbia autostruttiva e coglionati da caste e satrapi per i quali siamo carcasse da spolpare.

 

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